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Fuori – Susanna Tamaro

fuoriNabila non ricordava di aver vissuto un giorno solo senza la paura del buio. I suoi fratelli l’avevano sempre presa in giro per questo, appena c’era un po’ di oscurità, da dietro le pizzicavano un braccio o la schiena, oppure nascosti in un angolo miagolavano come gatti selvatici, poi balzavano fuori gridando: “Ecco il mostro, ecco il demone triturasabbia nei denti”. A questi scherzi Nabila non era mai riuscita a ridere, urlava di spavento e scoppiava a piangere. Le succedeva così a cinque anni e a dieci era esattamente la stessa cosa.

Nabila non aveva mai detto a nessuno di aver paura non del buio, ma dei demoni che vi abitavano dentro. Venivano a trovarla quasi ogni notte e le dicevano tante cose brutte. Ma non era una cosa buona per una bambina vedere i demoni, per questo era stata zitta. Una volta la nonna le aveva spiegato che i demoni abitano in ogni cosa: c’è il demone dell’acqua e quello della scodella, il demone del legno di cui è fatto il tavolo. Ogni cosa ha due demoni, un demone buono e uno cattivo: sta a noi chiamare gli uni piuttosto che gli altri, ingraziarseli o metterseli contro. I demoni buoni Nabila non li aveva mai visti, li invocava ogni sera con lunghi discorsi prima di chiudere gli occhi, ma sempre senza successo.

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La bambina perduta – Maria Venturi

la bambina perdutaIl 55,2% delle donne italiane tra i 14 e i 59 anni (oltre la metà) è stata oggetto almeno una volta nella vita di una molestia di natura sessuale (molestie fisiche, molestie verbali, esibizionismo, telefonate oscene pedinamenti). Sono oltre 500 mila (2,9%) le italiane vittime di una violenza o tentata violenza sessuale. Negli ultimi tre anni si sono accertati 18 mila episodi di stupro. Solamente 1 donna su 10 sporge denuncia della violenza subita. Gli stupri imputabili a persona “estranea” son appena il 3,5%. Salgono al 23,8% quelli imputabili a persona famigliare e amica. L’età più a rischio è quella compresa tra i 25 e i 44 anni. Gli abusi sessuali sono maggiormente diffusi al Nord e nelle grandi città.

[…]

Uno stupro è per sempre. Col tempo puoi rimuovere l’aggressione di un ladro, le percosse di un amante, il terribile impatto con un’auto pirata che ti investe, il proiettile di un bandito che ti si conficca nella carne: sono esperienze fuori della norma che rientrano nella sfera della criminalità e dell’odio e perciò la stessa quotidianità le esorcizza come disgraziete e irripetibili. Lo strupro no. Lo stupro è il solo crimine che si consuma con gli identici geti e gli identici rituali di un accomppiamento d’amore: la smania del possesso, la penetrazione, l’ansimare affannoso, gli spasmi dell’orgasmo esprimono l’esplodere della passione sia quello della violenza bestiale. Ogni volta che il corpo di mio marito scivola sopra al mio, rivivo l’incubo dello stupro.

 
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Pubblicato da su 15 agosto 2015 in LibriItaliani, Ricordi, ViolenzaSulleDonne

 

Se provi a contare le stelle – Daniella Carmi

Se-provi-a-contare-le-stelleLa sera non riuscivo a addormentarmi. I miei pensieri correvano qua e là, al posto  delle gambe. Avrei voluto mettermi sull’altro fianco, perchè quello si cui stavo mi faceva già male, così ho cercato di voltarmi verso la finestra senza muovere troppo il ginocchio, ma dopo qualche minuo di tentativi, ero tutto sudato, a forza di agitare braccia e gambe. Quando finalmente sono riuscito a girarmi, ho visto Jonathan davanti alla finestr. Era in ginocchio sulla sedia e guardava el buio della notte. Improvvisamente si è girato vero di me: “Lo sai che la Via Lattea sembra la spina dorsale della notte?”. Non sapevo cosa rispondergli, tanto ero meravigliato che si fosse rivolto a me, che avesse semplicemente aperto la bocca e mi avesse detto qualcosa. Solo a me. La mia anima si è sollevata e si è librata sopra il letto. Non ho capito esattamente cosa mi avesse detto. Sapevo solo che aveva a che fare con le stelle. Perhè era di quello che parlava il suo libro tutto pieno di figure di stelle remote. Avrei voluto chiedergli qualcosa, ma cosa? Cè così tanto da chiedere sulle stelle. Forse ci sono più domande che stelle. Jonathan stava là, silenzioso, e guardava fuori come se si aspettasse una risposta. E mentre osservavo le stelle insieme al Pulcino mi sono addormentato. Era da tanto che non le vedevo più, perchè da noi di nott nessuno esce di casa, e se anche esci non ti viene certo in mente di guardare le stelle. Qui ci sono le stelle. Ti fanno l’occhiolino dalla notte e se chudi gli occhi continui a vederle, volano sempre più vicine finchè non ti piovono sopra. […] E’ successo dopo che ha spento la luce e se n’è andato: Jonathan mi ha parlato dall’oscurità. Non potevo vedere la sua faccia, ma la sua voce era chiara: “Vieni con me su Marte?” Davvero. Proprio così. Come quando Adnan mi chiedeva: “Vieni con me a raccogliere i mozziconi di Marlboro?”. Mi girava la testa. Non sapevo cosa rispondere. “Io… io non posso camminare” ho balbettato. “Lo so”. Speravo che non mi considerasse un vigliacco. Forse sembro un vigliaco. Perlomeno, è quanto dicono Adnan e i suoi amici. Ma io non sono un vigliacco. E’ solo che, dopo quello che è successo a Fadi, mamma non mi lascia più andare al bazar e in piazza la sera, e papà chiude la porta alle mie spalle appena cala il tramonto. Mi chiamano coniglio, ma io dico che un coniglio non è nè coraggioso nè pauroso. E’ solo veloce. Non ha nè artigli nè unghie. Per questo scappa. Tutto qui. Non so perchè in quel momento fosse così importante per me, ma il Pulcino non doveva pensare che avessi paura di partire con lui per un lungo viaggio o Allah sa per dove. “Dobbiamo aspettare l’operazione” ha concluso Jonathan, come se ci avesse riflettuto sopra a lungo. “Si” mi è sfuggito. Non sapevo esattamente cosa stessi dicendo. “Si” ha ripetuto Jonathan. Adesso finalmente lo vedevo: era seduto sul letto e mi guardava, probabilmente da un po’. “Rimandiamo a dopo l’operazione” ha detto con la sua voce chiara, come se l’aspettasse insieme a me.

 
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Pubblicato da su 3 agosto 2015 in Guerra, Infanzia, LibriItaliani, Storia

 

Un giorno come questo – Peter Stamm

un_giorno_come_questoUno dei tanti elenchi, pensò. La sua vita era un elenco infinito di ore di scuola, sigarette, pasti, film, incontri con le amanti e con gli amici, tutte liste incoerenti di avvenimenti banali. A un certo punto aveva smesso di provare a dare una forma all’insieme, aveva rinunciato a cercare una forma unitaria. Quanto meno gli avvenimenti della sua vita avevano qualcosa a che vedere l’uno con l’altro, tanto più erano diventati interscambiabili. A volte si sentiva come un turista che corre da un’attrattiva all’altra di una città di cui non conosce neanche il nome. Tanti inizi che non avevano nulla a che vedere con la fine, con la sua morte, che non avrebbe avuto altro significato se non che il tempo a sua disposizione era finito.

[…]

L’angoscia non era un pensiero. Sembrava venire da fuori. Quando Andreas pensava alla sua malattia, non aveva angoscia. Era disperato, confuso, si lamentava della propria sorte, si faceva dei rimproveri. L’angoscia invece arrivava subitanea e senza preavviso. Allora era come se i suoi pensieri si rabbuiassero. L’angoscia gli toglieva il respiero, gli schiacciava il corpo, finchè gli pareva che il suo corpo esplodesse e di dissolvesse in una schiuma fine, in milioni, miliardi di goccioline microscopiche sospese nel vuoto.

 
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Pubblicato da su 28 maggio 2015 in Amore, LibriStranieri, Malattia, Ricordi

 

Avrò cura di te – Massimo Gramellini e Chiara Gamberale

avrò cura di teDove vanno a finire le versioni innamorate di noi, Filèmone?

[…]

Da questa parte del velo ho compreso che il valore della vita risiede nello sforzo di equilibrio che compiamo ogni giorno per dare un senso a tutto. Non è facile accettare che quanto ci accade abbia sempre un significato, anche quando non riusciamo a scorgerne alcuno. E che le sconfitte dipendono da noi, mentre sarebbe più comodo darne la colpa ai maneggi del prossimo e del destino.

[…]

Tu sai cosa signiifica sentire? Avere tantissimo caldo e tantissimo freddo. Tantissima paura. Tantissima voglia. Fretta: di scappare, tornare, andare, andare, andare…

[…]

“Ci sono cose troppo brutte per entrarci dentro tutte insieme” si giustificava mia nonna, quando mio nonno è morto e lei insisteva nel fare programmi come se fosse ancora vivo, e tutti ci preoccupavamo per la sua salute mentale. “Datemi tempo” sospirava.

Prenditi tutto il tempo, ma non lasciare che il tempo si prenda tutto.

[…]

Appena ti sforzi di diventare come ti vogliono gli altri, allora gli altri non ti vogliono più.

 
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Pubblicato da su 12 gennaio 2015 in Amore, LibriItaliani, Ricordi

 

Heike riprende a respirare – Helga Schneider

heike riprende a respirareAll’improvviso il padre si alzò dalla sedia e strinse la figlia fra le sue braccia. “Forse la mamma era molto infelice” disse, “così infelice che non desiderava più vivere”. “Ma mi ha lasciata sola!” ripetè Heike, risentita, come già il giorno prima. “A volte l’infelicità può essere così forte da offuscare perfino l’amore per i figli” spiegò il padre. “Esistono infelicità che sono come una malattia. E forse la mamma era malata di infelicità. Ma ora sta bene. Devi pensare solo a questo: ora tua madre sta bene. E non devi mai dubitare del fatto che ti abbia amata. Promettilo, piccola”. Heike annuì, ricacciò le lacrime e rispose: “Te lo prometto, papà”.

[…]

“La guerra cambia le persone e spesso anche i rapporti” dichiarò il padre, accorato. “E fu proprio la guerra a spezzare l’amore che provavo per Margie. Quando un marito è costretto a restare per anni lontano dalla moglie può succedere che l’amore si perda tra un attacco e una ritirata, tra la paura per la propria vita e l’orrore per i compagni feriti o caduti. Può smarrirsi mentre si dorme continuamente in posti diversi e spesso all’addiaccio, non sentendosi altro che un numero insignificante con l’unico dovere di dare all’occorrenza la vita per un Fuhrer per cui si prova solo disprezzo. L’amore per la propria donna può congelarsi mentre si trascorre una notte intera sotto il cadavere di un camerata per salvare la pelle, o si può perdere tra la voglia di disertare e la costrizione a combattere e uccidere senza apparente soluzione di continuità. Può dissolversi tra odio e violenza, tra vigliaccheria e falso eroismo… ah cara Anna, lei non sa che cos’è quella vita!”.

 
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Pubblicato da su 8 gennaio 2015 in Guerra, Infanzia, LibriStranieri, Storia, VitaVera

 

Cecità – José Saramago

CecitàCome probabilmente hanno fatto tutti, a volte aveva giocato con se stesso, nell’adolescenza, al gioco E se fossi cieco, ed era arrivato alla conclusione, dopo cinque minuti a occhi chiusi, che la cecità, senza alcun dubbio una terribile disgrazia, avrebbe comunque potuto essere relativamente sopportabile se la vittima di una simile sventura avesse mantenuto un ricordo sufficiente, non solo dei colori, ma anche delle forme e dei piani, delle superfici e dei contorni, supponendo, è chiaro, che la suddetta cecità non fosse di nascita. Era arrivato persino al punto di pensare che il buio in cui i cechi vivevano fosse in definitiva soltanto la semplice assenza di luce, che ciò che chiamiamo cecità fosse qualcosa che si limitava a coprire l’apparenza degli esseri e delle cose, lasciandoli intatti al di là di quel velo nero. Adesso, però, si ritrovava immerso in un bianco talmente luminoso, talmente totale da divorare, più che assorbire, non solo i colori, ma le stesse cose e gli esseri, rendendoli in questo modo doppiamente invisibili.

[…]

Ognuno si comporta secondo la propria morale, io la penso così e non intendo cambiare idea, ribatté aggressivo il primo cieco. Allora la ragazza dagli occhiali scuri disse, Gli altri non sanno quante donne ci sono qui, quindi lei potrà tenersi la sua ad uso esclusivo, vi nutriremo noi, a tutti e due, voglio proprio vedere come si sentirà dopo la sua dignità, che sapore avrà il pane che le porteremo, Il problema non è questo, cominciò a rispondere il primo cieco, il problema è, ma rimase con la frase a metà, in realtà non sapeva quale fosse il problema, tutto quanto aveva detto prima erano solo opinioni sconnesse, nient’altro che opinioni, appartenenti a un altro mondo, non a questo, mentre, questo sì, avrebbe dovuto alzare le braccia al cielo e ringraziare la sorte di potersi tenere, per così dire, le vergogne in casa, invece di dover sopportare il disonore di sapersi mantenuto dalle donne altrui.

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Si rallegrino dunque le donne della camerata dell’ala destra, del male altrui si guarisce, del proprio si muore, parole che non pronunciò nessuna, ma che tutte pensarono, in realtà deve ancora nascere il primo essere umano sprovvisto di quella seconda pelle che chiamiamo egoismo, ben più dura dell’altra, che per qualsiasi cosa sanguina.

[…]

..con le budella in pace chiunque può avere delle idee, discutere, per esempio, se esista un rapporto diretto fra gli occhi e i sentimenti, o se il senso di responsabilità sia la naturale conseguenza di una buona visione, ma quando la tortura incalza, quando il corpo ci fa impazzire di dolore e angoscia, allora sì, si vede che povero animale siamo.

 
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Pubblicato da su 2 dicembre 2014 in Guerra, LibriStranieri, Malattia, Violenza