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Eravamo giovani in Vietnam – H.G. Moore e J.L. Galloway

eravamo giovani in vietnamQuesta è la storia di un’epoca, e dei nostri ricordi. L’epoca era il 1965, un anno speciale, lo spartiacque tra un’era che finiva in America e una che cominciava. Ce ne accorgemmo persino allora, nei tanti modi in cui le nostre vite cambiarono all’improvviso, in maniera drammatica. Ripensandoci adesso, a un quarto di secolo di distanza, non c’è più alcun dubbio. Quello fu l’anno in cui gli Stati Uniti decisero di intervenire nelle beghe bizantine dell’oscuro e remoto Vietnam. Fu l’anno in cui noi entrammo in guerra. Nel senso più ampio e tradizionale del termine, quei “noi” che entrarono in guerra eravamo noi tutti, tutti gli americani, anche se in realtà, in quei giorni, la stragrande maggioranza degli americani sapeva ben poco di quanto stava accadendo dall’altra parte del mondo, e ne era ancor meno interessata.

Questo libro racconta di un “noi” più limitato: le prime truppe americane che s’imbarcarono su navi da trasporto della seconda guerra mondiale, navigarono verso quel paese semisconosciuto e combatterono la prima grande battaglia di un conflitto che si sarebbe protratto per altri dieci anni, arrivando a un soffio dal distruggere non solo il Vietnam ma anche gli Stati Uniti.

Questo libro racconta cosa facemmo, cosa vedemmo, cosa patimmo durante una campagna di 34 giorni nella vallata del fiume Ia Drang, sugli altopiani centrali del Vietnam del Sud, nel novembre 1965, quando eravamo giovani, e convinti, e patriottici, e i nostri connazionali sapevano poco e nulla volevano capire dei nostri sacrifici. Un’altra storia di guerra, direte. Non proprio, perché in un senso più importante questa è una storia d’amore, raccontata con le nostre parole e attraverso le nostre azioni. Eravamo i figli degli anni Cinquanta, e andammo dove ci avevano mandato perché amavamo il nostro paese. Eravamo in gran parte soldati di leva, eppure ci sentivamo orgogliosi di avere l’occasione di servire la patria come i nostri padri l’avevano servita nella seconda guerra mondiale e i nostri fratelli maggiori in Corea.

[…]

Scoprimmo, in quel posto infernale, deprimente, dove la morte era compagna inseparabile, che ci importava l’uno dell’altro. Ammazzavamo per i commilitoni, morivamo per i commilitoni e piangevamo per i commilitoni. E nel tempo arrivammo persino ad amarci come fratelli. In battaglia il nostro mondo si riduceva all’uomo alla nostra sinistra e all’uomo sulla nostra destra e al nemico tutto attorno. Avevamo in mano le vite dei compagni, perciò imparammo a condividerne le paure, le speranze, i sogni.

[…]

Questo è il racconto di cosa facemmo, vedemmo e patimmo durante una campagna nella valle del fiume Ia Drang, sugli altopiani centrali del Vietnam del Sud, nel novembre 1965. Eravamo i figli degli anni Cinquanta, giovani seguaci di John Kennedy, e andammo dove ci avevano mandato.
Oggi, i nostri volti di giovani ormai vecchi, scavati dalle febbri e dalle notti insonni, ci fissano impietriti, come estranei sperduti e dannati, dalle foto ingiallite che abbiamo conservato in scatole di cartone.
Noi sappiamo cos’è il Vietnam, e come sembravamo, e agivamo, e parlavamo, e odoravamo. In America pare che non lo sappia nessun altro.
E allora per una volta, una volta sola, bisogna dire: è cominciato così, era così. Alla fine i morti non si sono rialzati. I feriti non si sono sciacquati le piaghe per riprendere a vivere come se niente fosse. Nessuno di noi ha lasciato il Vietnam uguale a prima.
Questo racconto è il nostro testamento Questa è la nostra storia. Perché un tempo siamo stati soldati, e giovani.

 
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Pubblicato da su 31 agosto 2015 in Guerra, LibriStranieri, Ricordi, Storia

 

Se provi a contare le stelle – Daniella Carmi

Se-provi-a-contare-le-stelleLa sera non riuscivo a addormentarmi. I miei pensieri correvano qua e là, al posto  delle gambe. Avrei voluto mettermi sull’altro fianco, perchè quello si cui stavo mi faceva già male, così ho cercato di voltarmi verso la finestra senza muovere troppo il ginocchio, ma dopo qualche minuo di tentativi, ero tutto sudato, a forza di agitare braccia e gambe. Quando finalmente sono riuscito a girarmi, ho visto Jonathan davanti alla finestr. Era in ginocchio sulla sedia e guardava el buio della notte. Improvvisamente si è girato vero di me: “Lo sai che la Via Lattea sembra la spina dorsale della notte?”. Non sapevo cosa rispondergli, tanto ero meravigliato che si fosse rivolto a me, che avesse semplicemente aperto la bocca e mi avesse detto qualcosa. Solo a me. La mia anima si è sollevata e si è librata sopra il letto. Non ho capito esattamente cosa mi avesse detto. Sapevo solo che aveva a che fare con le stelle. Perhè era di quello che parlava il suo libro tutto pieno di figure di stelle remote. Avrei voluto chiedergli qualcosa, ma cosa? Cè così tanto da chiedere sulle stelle. Forse ci sono più domande che stelle. Jonathan stava là, silenzioso, e guardava fuori come se si aspettasse una risposta. E mentre osservavo le stelle insieme al Pulcino mi sono addormentato. Era da tanto che non le vedevo più, perchè da noi di nott nessuno esce di casa, e se anche esci non ti viene certo in mente di guardare le stelle. Qui ci sono le stelle. Ti fanno l’occhiolino dalla notte e se chudi gli occhi continui a vederle, volano sempre più vicine finchè non ti piovono sopra. […] E’ successo dopo che ha spento la luce e se n’è andato: Jonathan mi ha parlato dall’oscurità. Non potevo vedere la sua faccia, ma la sua voce era chiara: “Vieni con me su Marte?” Davvero. Proprio così. Come quando Adnan mi chiedeva: “Vieni con me a raccogliere i mozziconi di Marlboro?”. Mi girava la testa. Non sapevo cosa rispondere. “Io… io non posso camminare” ho balbettato. “Lo so”. Speravo che non mi considerasse un vigliacco. Forse sembro un vigliaco. Perlomeno, è quanto dicono Adnan e i suoi amici. Ma io non sono un vigliacco. E’ solo che, dopo quello che è successo a Fadi, mamma non mi lascia più andare al bazar e in piazza la sera, e papà chiude la porta alle mie spalle appena cala il tramonto. Mi chiamano coniglio, ma io dico che un coniglio non è nè coraggioso nè pauroso. E’ solo veloce. Non ha nè artigli nè unghie. Per questo scappa. Tutto qui. Non so perchè in quel momento fosse così importante per me, ma il Pulcino non doveva pensare che avessi paura di partire con lui per un lungo viaggio o Allah sa per dove. “Dobbiamo aspettare l’operazione” ha concluso Jonathan, come se ci avesse riflettuto sopra a lungo. “Si” mi è sfuggito. Non sapevo esattamente cosa stessi dicendo. “Si” ha ripetuto Jonathan. Adesso finalmente lo vedevo: era seduto sul letto e mi guardava, probabilmente da un po’. “Rimandiamo a dopo l’operazione” ha detto con la sua voce chiara, come se l’aspettasse insieme a me.

 
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Pubblicato da su 3 agosto 2015 in Guerra, Infanzia, LibriItaliani, Storia

 

Heike riprende a respirare – Helga Schneider

heike riprende a respirareAll’improvviso il padre si alzò dalla sedia e strinse la figlia fra le sue braccia. “Forse la mamma era molto infelice” disse, “così infelice che non desiderava più vivere”. “Ma mi ha lasciata sola!” ripetè Heike, risentita, come già il giorno prima. “A volte l’infelicità può essere così forte da offuscare perfino l’amore per i figli” spiegò il padre. “Esistono infelicità che sono come una malattia. E forse la mamma era malata di infelicità. Ma ora sta bene. Devi pensare solo a questo: ora tua madre sta bene. E non devi mai dubitare del fatto che ti abbia amata. Promettilo, piccola”. Heike annuì, ricacciò le lacrime e rispose: “Te lo prometto, papà”.

[…]

“La guerra cambia le persone e spesso anche i rapporti” dichiarò il padre, accorato. “E fu proprio la guerra a spezzare l’amore che provavo per Margie. Quando un marito è costretto a restare per anni lontano dalla moglie può succedere che l’amore si perda tra un attacco e una ritirata, tra la paura per la propria vita e l’orrore per i compagni feriti o caduti. Può smarrirsi mentre si dorme continuamente in posti diversi e spesso all’addiaccio, non sentendosi altro che un numero insignificante con l’unico dovere di dare all’occorrenza la vita per un Fuhrer per cui si prova solo disprezzo. L’amore per la propria donna può congelarsi mentre si trascorre una notte intera sotto il cadavere di un camerata per salvare la pelle, o si può perdere tra la voglia di disertare e la costrizione a combattere e uccidere senza apparente soluzione di continuità. Può dissolversi tra odio e violenza, tra vigliaccheria e falso eroismo… ah cara Anna, lei non sa che cos’è quella vita!”.

 
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Pubblicato da su 8 gennaio 2015 in Guerra, Infanzia, LibriStranieri, Storia, VitaVera

 

Madame Bovary – Gustave Flaubert

2013-12-26 23.45.36-1La conversazione di Carlo era piatta come un marciapiede, e le idee degli uomini comuni vi sfilavano nel loro abito solito senza suscitare emozione, riso o fantasticherie. Diceva che quando stava a Rouen non aveva mai avuto la curiosità di andare al teatro a sentire gli attori di Parigi. Non sapeva nuotare né tirar di scherma o alla pistola, e un giorno non aveva saputo spiegarle un termine di equitazione letto da lei in un romanzo. Un uomo non doveva, invece, saper tutto, eccellere in molte attività diverse, sapervi iniziare al fuoco della passione, alle raffinatezze della vita, a tutti i misteri! Ma lui non insegnava niente, non sapeva niente, non desiderava niente. La credeva felice; ed ella sentiva per lui un astio per quella calma così placida, per quella pesantezza serena, per la felicità stessa ch’ella gli dava.

[…]

Desiderava un figlio; sarebbe stato forte e bruno, e avrebbe avuto nome Giorgio; e quest’idea di avere un figlio maschio era come la rivincita, in speranza, di tutte le sue impotenze passate. Un uomo, per lo meno, è libero; può errare attraverso passioni e paesi, superare ostacoli, mordere alle felicità più lontane. Una donna, invece, trova continui impedimenti. Inerte e flessibile allo stesso tempo, ha contro di sè le debolezze della carne insieme con la schiavitù della legge. La sua volontà, come il velo del suo cappello legato a un cordone, palpita a tutti i venti; c’è sempre un desiderio che trascina, una convenienza che trattiene.

[…]

-Un giorno s’incontra, – ripetè Rodolfo; – un giorno, all’improvviso, e quando si dispera. Allora si schiudono nuovi orizzonti, e pare che una voce gridi: “Eccola!”. Si sente il bisogno di confidare a quella persona tutta la propria vita, di darle tutto, di sacrificarle tutto! Non ci si spiega più, ci s’intuisce. Ci si è intravisti in sogno, – (e la guardava). – Finalmente è là quel tesoro tanto cercato, là davanti a noi; brilla, risplende. Eppure si dubita ancora, non si osa credervi; si rimane abbagliati come uscendo dalle tenebre alla luce.

 
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Pubblicato da su 27 dicembre 2013 in Amore, Intramontabili, LibriStranieri, Storia

 

Il corpo umano – Paolo Giordano

Image Negli anni successivi alla missione, ognuno dei ragazzi s’impegnò a rendere la propria vita irriconoscibile, finché i ricordi di quell’altra, dell’esistenza prima, non si macchiarono di una luce fasulla, artificiale, ed essi stessi non si convinsero che niente di quello che era accaduto fosse accaduto realmente, o per lo meno, non a loro. Anche il tenente Egitto ha fatto del suo meglio per dimenticare. Ha cambiato città, reggimento, lunghezza della barba e abitudini alimentari, ridefinito certi antichi conflitti privati e imparato a tralasciarne altri che non lo riguardavano – una differenza che non conosceva affatto, prima. Se la trasformazione ubbidisca a un piano o sia frutto di un processo disorganico non gli è chiaro, né gli interessa. L’essenziale per lui, fin dall’inizio, è stato scavare una trincea fra presente e passato: un rifugio che neppure la memoria fosse in grado di violare.

[…]

Dovete conoscere le sigle, le sigle sono importanti, tutte quante. Se non sapete l’inglese, imparatelo. La sigla giusta al momento giusto vi salva la vita. Non è una guerra pulita, questa. Non è una guerra equilibrata. Voi siete i bersagli. Siete i topi in un pezzo di formaggio ammuffito. Non c’è neppure un nostro amico là fuori. Neppure quei bambini con le mosche in faccia. Neppure i mao-mao. Novanta su cento, un mao-mao sa dov’è nascosto un IED e non ve lo dirà. Sono corrotti come delle puttane, quelli. Non andate mai dove un mao-mao non vuole andare. E non andate mai dove un mao-mao vi dice di andare. (Domanda) Un mao-mao è un poliziotto afghano. Ma dove cazzo sei stato fino a oggi? (Risate) Siamo in un Paese di gente lurida e corrotta. Non c’è niente da migliorare qui. Quando avremo messo a posto un po’ di cose ce ne andremo, tutto tornerà a essere il casino che era. A voi interessa tornare a casa. Tornate a casa e la vostra missione sarà stata un successo, l’Afghanistan vada a farsi fottere. (Domanda) Perché siamo soldati, facciamo quello che c’è da fare. E non sprecare il mio tempo con certe domande del cazzo.

[…]

Non ce la faccio più a dormire da sola. Mi ammalerò, Salvo, te lo giuro. Mi ammalerò e tu non potrai curarmi. Per quante notti ancora? Più di cento. Le ho contate, Salvo. Più di cento! Non riesco neanche a dirlo. Mi sembra impossibile. Vorrei strangolarti, davvero. Sta arrivando il freddo, oggi non si è nemmeno visto un raggio di sole. Questo tempo mi sta condizionando, penso che non resisterò fino alla tua licenza. Anche Gabriele sente la mancanza, ma in un modo tutto suo. Sono sincera, a volte non lo capisco. Certi giorni mi sembra quasi che si sia dimenticato di te e allora mi viene molta paura e vorrei sgridarlo. Gli faccio vedere la tua foto, quella dell’ingresso, gli chiedo chi è questo signore?, te lo ricordi?

 
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Pubblicato da su 2 dicembre 2013 in Amore, Guerra, LibriItaliani, Ricordi, Storia

 

L’oracolo – Valerio Massimo Manfredi

 Un’ora dopo Claudio Setti, seduto in una piccola stanza spoglia e fredda nel quartiere portuale del Pireo, udì dalla radio la notizia della sua morte e di quella di Heleni.
Pianse per la vita perduta di Heleni, per l’oltraggio atroce e per l’enorme insulto che ne aveva distrutto e corrotto il corpo, l’anima e la memoria, e pianse per la sua stessa vita, ugualmente perduta. Avrebbe ancora respirato l’aria dei vivi, non sapeva per quanto, ma era certo che ciò che lo aspettava non era vita, non più, e che il suo cuore era già sepolto in una fossa sconosciuta assieme al corpo profanato di Heleni.
 
[…]
 
“Addio figliolo.”
James Shields si alzò per accompagnare il figlio alla porta e mentre il ragazzo varcava la soglia lo trattenne e improvvisamente lo strinse a sé in un abbraccio. ” Dimenticherai questi giorni,” disse “sei giovane.”
Norman si sciolse nell’abbraccio. “Giovane? Mio Dio, non c’è più nulla di giovane in me. Ho perso tutto.”
Uscì in strada e si incamminò frettolosamente verso la fermata dell’autobus. Suo padre lo guardò per qualche minuto dalla finestra del suo studio finché scomparve alla vista.
Non aveva mai considerato che suo figlio potesse anche solo essere sfiorato dalle conseguenze della sua professione. Lo aveva sempre tenuto lontano, non aveva mai osteggiato la sua passione per l’archeologia, benché la ritenesse un esercizio costoso quanto inutile. Ora per uno strano caso le loro due vite si erano pericolosamente intrecciate e rischiavano di entrare in collisione. Egli stesso, di fronte a quel figlio disperato, si sentiva improvvisamente vicino alle vittime, dolorosamente compromesso. Non si trattava più di cadaveri anonimi come i tanti che nella sia carriera si era abituato a considerare con il cinismo di chi deve porre sempre sopra tutto la ragione di stato. E il pianto di suo figlio glielo faceva sentire vicino, bisognoso di aiuto, gli faceva intravedere la possibilità di un riavvicinamento dopo i contrasti esasperati che li avevano contrapposti l’uno all’altro negli ultimi anni: il ragazzo ribelle, indipendente, addirittura sprezzante, e lui legato al concetto autoritario che era tradizione della sua famiglia da sempre. Però, era certamente un bene che egli partisse e ritornasse in Inghilterra. Il tempo avrebbe sanato le ferite, forse avrebbe trovato una ragazza che gli avrebbe fatto dimenticare quei giorni.
 
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Pubblicato da su 31 agosto 2012 in Guerra, LibriItaliani, Storia

 

L’amico ritrovato – Fred Uhlman

Non ricordo perfettamente quando decisi che Konradin avrebbe dovuto diventare mio amico, ma non ebbi dubbi sul fatto che, prima o poi, lo sarebbe diventato. Fino al giorno del suo arrivo io non avevo avuto amici. Nella mia classe non c’era nessuno che potesse rispondere all’idea romantica che avevo dell’amicizia, nessuno che ammirassi davvero o che fosse in grado di comprendere il mio bisogno di fiducia, di lealtà e di abnegazione, nessuno per cui avrei dato volentieri la vita. I miei compagni mi sembravano tutti, chi più chi meno, piuttosto goffi, degli svevi sani, insignificanti, privi di immaginazione.
 
[…]
 
Ho esitato un po’ prima di scrivere che “avrei dato volentieri la vita per un amico”, ma anche ora, a trent’anni di distanza, sono convinto che non si trattasse di un’esagerazione e che non solo sarei stato pronto a morire per un amico, ma l’avrei fatto quasi con gioia. Così come davo per scontato che fosse “dulce et decorum pro Germania mori”, non avevo dubbi sul fatto che morire “pro amico” sarebbe stato lo stesso. I giovani tra i sedici e i diciotto anni uniscono in sé un’innocenza soffusa di ingenuità, una radiosa purezza di corpo e di spirito e il bisogno appassionato di una devozione totale e disinteressata. Si tratta di una fase di breve durata che, tuttavia, per la sua stessa intensità e unicità, costituisce una delle esperienze più preziose della vita.