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Figlia della guerra – Juliet Lac

figlia_della_guerraSe non avete mai vissuto da vicino l’esplosione di un missile, non potete capire il terrore che provoca. Le onde d’urto scuotono il mondo interno. Per un terribile attimo tutto il tuo corpo diventa gelatina. Te la fai addosso senza rendertene conto, ma hai troppa paura per vergognartene. E’ un’esperienza in grado di traumatizzare chiunque, persino gli adulti, per una vita. Immaginate quindi l’effetto che può avere su una bambina di cinque anni. Più tardi mi spiegarono che si era trattato dell’attacco di un missile. Ma io non conoscevo né la parola “missile” né la parola “attacco”. Sapevo soltanto che sembrava la fine del mondo e che mia madre era spaventata quanto noi.
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Posso dirvi che nessuna persona sana di mente preferirebbe la guerra alla pace. La guerra è follia. E’ disumana. Non serve per garantire sicurezza o prosperità, checché ne dicano i politici. La guerra è ciò che la gente fa ad altra gente quando ha interamente dimenticato la sacralità della vita.
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Cominciammo a salire sulla barca. L’atmosfera era carica di tensione e paura. Malgrado la richiesta di un silenzio assoluto, i bambini più piccoli piangevano, e forse anche qualche adulto. Non eravamo i primi a lasciare il Vietnam in barca. Migliaia e migliaia erano partiti prima di noi, e i racconti dei pericoli affrontati nei loro viaggi erano rimbalzati all’orecchio di chi era rimasto a casa. Chi sapeva a cosa andavamo incontro piangeva di più, ne sono certa. Chi non sapeva niente, come me, la considerava semplicemente una grande avventura.
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Non credo che i bambini siano tenuti a comprendere le sofferenze dei loro genitori. Il loro unico dovere è vivere la loro vita. Quanto a quelli che hanno fatto il tipo di viaggio che affrontammo mia madre e io, possono avere la suprema soddisfazione di sapere che hanno sacrificato tutto perché i loro figli potessero crescere in libertà e sicurezza. E’ già abbastanza. Certo, è un po’ frustrante vedere che il problema principale di mio figlio è procurarsi delle pile nuove per il Game Boy. Alla sua età, io ero più preoccupata di morire di fame o di disidratazione. Ma non ce l’ho con lui perché la sua vita è migliore della mia, o perché ha molte più opportunità di quelle che ho avuto io. Quando diventiamo genitori, smettiamo di concentrarci su noi stessi per prenderci cura della prossima generazione.
 
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Pubblicato da su 28 luglio 2016 in Senza categoria

 

Mentre vi guardo – Madre Ignazia Angelini

mentre vi guardoOggi i giovani cercano negli studi una professione che garantisca una minima sicurezza economica: è uno dei primi parametri utilizzati per individuare la propria “realizzazione”, ed è un parametro economico. Quindi poi, se con il lavoro non riescono ad avere soldi a sufficienza, pensano di non essere realizzati. Non c’è più l’idea di sé come di una “vocazione”, di una chiamata, di un destino, e questo anche al di fuori della fede cristiana. Si può invece pensare che ci sia un disegno attorno al quale la mia corporeità, il mio essere umano, il mio patrimonio cromosomico si condensano ed esprimono qualcosa nel mondo. Ogni esistenza umana è la presenza di un novum nell’universo che, da quel momento, viene cambiato per sempre. Se non pensi questo, allora tiri a campare.

Il mondo prima e il mondo dopo di me non cambia perché io ho realizzato una fabbrica o ho fatto tanti soldi, e nemmeno perché ho partorito cinque figli, seppur cinque figli possono esprimere un altissimo valore umano, ma perché ciò che ho vissuto, il modo di esprimere la mia umanità, ha comunque messo in circolazione delle energie per cui vivere è bello, “vale”. Io credo che sia la capacità di una persona di elaborare un gusto della vita a costituire la sua realizzazione. Un bambino che sia vissuto solo cinque anni, ma sia vissuto felicemente, certamente ha messo in circolazione nell’universo qualcosa per cui né prima né dopo di lui il mondo sarà più lo stesso. Questo è per me evidente, ma credo che non sia scontato. Ed è pericoloso che non sia scontato. Prendiamo il fondatore della Ford: un giorno la Ford finirà, finirà anche la Fiat, ma non avranno cambiato niente. Certo, l’automobile ha modificato le nostre abitudini, ma veramente uno può vivere e sentirsi realizzato perché possiede o produce quel modello di auto e può andare a quella velocità? E’ un falso, ma di questo falso vivono molti tra noi.

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Ma che cosa intendo per sentimento? Il sentimento è la percezione di me come affetto d altri, “toccato” dalla presenza di un’altra persona. Il risentimento, invece, nasce quando, piuttosto che aprirmi all’altro, mi ripiego sulla sensazione che questi mi ha in un certo modo “ferito”. Non c’è più la capacità di sentire l’altro e di vibrare in conseguenza, ma sopravviene la voglia di far pagare all’altro la ferita della relazione, ferita sulla quale concentro ogni mia attenzione, invece che alzare gli occhi sulla persona che l’ha generata. Tanto più grande è stato il sentimento dell’incontro, tanto più acre può essere il risentimento. L’incontro avviene attraverso una “ferita” non perché sia violento, ma perché l’incontro è sempre un’apertura reciproca. Un’apertura che però può generare anche sofferenza, perché ci tocca nell’intimo e ci espone all’altro: se non c’è fiducia, c’è la percezione di essere in pericolo, c’è la paura. Mi sembra questa una reazione diffusa nel nostro tempo: risentimenti in famiglia, al lavoro, risentimenti verso lo straniero. Se di fronte allo straniero provo paura, ho due scelte: posso volgermi a lui per conoscerlo, oppure posso volgermi verso me stesso, verso la mia paura, e provare rabbia, addirittura odio per colui che credo l’abbia suscitata. Così nasce il risentimento. O l’invidia, per esempio: incontro l’altro, ne vedo un bene o una felicità della quale potrei rallegrarmene, invece mi concentro sul dolore provocato dalla mia mancanza, mi concentro su di me, soffro, e infine desidero far soffrire l’altro.

 
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Pubblicato da su 2 giugno 2016 in Senza categoria

 

La parabola delle stelle cadenti – Chiara Passilongo

la_parabola_delle_stelle_cadentiLui aveva pianto, per la rabbia e il mal di pancia, nell’incavo del collo di sua madre mentre i loro capelli castani si confondevano in un’unica macchia. Si erano poi specchiati negli stessi occhi, Nora e Francesco, quegli occhi dolci, scuri e dalle ciglia folte, e lei gli aveva asciugato le lacrime con le sue dita vellutate da pianista. Amava enormemente entrambi i suoi figli,Nora. Tuttavia coltivava con Francesco un legame speciale, che non era il rapporto morboso che a volte si instaura tra una madre e il figlio maschio, come quello di Italia con Achille, quanto piuttosto una condivisione, certo ancora in erbe, di affinità elettive.

[…]

Ma Nora guardava la vita con degli occhiali speciali che mascheravano i difetti ed esaltavano i pregi di Achille, e senza i quali diciassette anni di matrimonio con lui sarebbero stati molto difficili. Questo tipo di occhiali è in realtà più diffuso di quanto non si pensi. Sapere se chi li indossa lo fa per natura o per far funzionare le cose è un segreto che molte coppie custodiscono gelosamente.

 
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Pubblicato da su 11 aprile 2016 in Senza categoria

 

Ti mando un bacio – Niccolò Zancan

ti mando un bacio

 

Ho capito che per me l’amore è proprio questo: avere braccia abbastanza grandi da riuscire ad abbracciarsi tutti interi, così come siamo. Senza sconti.

 
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Pubblicato da su 24 marzo 2016 in Senza categoria

 

Il linguaggio segreto dei fiori – Vanessa Diffenbaugh

“Hai mai regalato a qualcuno una rosa rossa?” mi chiese Grant. Lo guardai come se stesse cercando di avvelenarmi con la digitale purpurea. “Allora una rosa muscosa? Del mirto? Garofani piumosi?” mi incalzò.
“Dichiarazione d’amore? Amore? Amore puro?” chiese per essere certa che attribuissimo a quei fiori lo stesso significato. Grant annuì. “No, no e ancora no”, risposi.
Raccolsi un bocciolo rosa pallido e strappai i petali a uno a uno. “Sono più un tipo di ragazza cardo-peonia-basilico”, aggiunsi.
“Misantropia, rabbia, odio”, disse Grant. “Mmm.”
Gli voltai le spalle. “Sei stato tu a chiedermelo.”
“C’è dell’ironia in tutto questo, non credi?” commentò Grant guardando le rose intorno a noi. Erano tutte fiorite e non ce n’era nessuna gialla.
“Sei ossessionata da un linguaggio romantico, inventato per far comunicare gli innamorati, e lo usi per diffondere ostilità.”
 
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Pubblicato da su 13 ottobre 2011 in Amore, LibriStranieri, Senza categoria, Sociale, VitaVera