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Archivi categoria: Ricordi

Il bordo vertiginoso delle cose – Gianrico Carofiglio

ilbordovertiginosodellecose“Avremmo dato per scontato che questi fossero solo fumetti. Invece sono anche poesia, filosofia e molto altro. Avremmo dato per scontato che quella roba sulla cattedra fosse solo spazzatura e invece può essere parte di un capolavoro della pittura. Qualcuno si chiede per quale motivo si studi filosofia, cioè una disciplina che in apparenza non ha alcuna utilità pratica. Ebbene la filosofia serve a non dare per scontato. Nulla. La filosofia è uno strumento per capire quello che ci sta attorno – per capire quello che ci sta dietro probabilmente è più efficace la letteratura -, a capiamo davvero quello che ci sta attorno se non diamo per scontato la verità che qualcun altro ha pensato di allestire per noi. Fare filosofia – cioè pensare – significa imparare a fare e a farsi domande. Significa non avere paura delle idee nuove. Significa non fermarsi alle apparenze. Significa essere capaci di dire di no a chi vorrebbe imporci il suo modo di pensare e di vedere il mondo. Cioè a chi vorrebbe pensare per noi.”

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Pubblicato da su 16 settembre 2015 in Adolescenza, LibriItaliani, Ricordi

 

Eravamo giovani in Vietnam – H.G. Moore e J.L. Galloway

eravamo giovani in vietnamQuesta è la storia di un’epoca, e dei nostri ricordi. L’epoca era il 1965, un anno speciale, lo spartiacque tra un’era che finiva in America e una che cominciava. Ce ne accorgemmo persino allora, nei tanti modi in cui le nostre vite cambiarono all’improvviso, in maniera drammatica. Ripensandoci adesso, a un quarto di secolo di distanza, non c’è più alcun dubbio. Quello fu l’anno in cui gli Stati Uniti decisero di intervenire nelle beghe bizantine dell’oscuro e remoto Vietnam. Fu l’anno in cui noi entrammo in guerra. Nel senso più ampio e tradizionale del termine, quei “noi” che entrarono in guerra eravamo noi tutti, tutti gli americani, anche se in realtà, in quei giorni, la stragrande maggioranza degli americani sapeva ben poco di quanto stava accadendo dall’altra parte del mondo, e ne era ancor meno interessata.

Questo libro racconta di un “noi” più limitato: le prime truppe americane che s’imbarcarono su navi da trasporto della seconda guerra mondiale, navigarono verso quel paese semisconosciuto e combatterono la prima grande battaglia di un conflitto che si sarebbe protratto per altri dieci anni, arrivando a un soffio dal distruggere non solo il Vietnam ma anche gli Stati Uniti.

Questo libro racconta cosa facemmo, cosa vedemmo, cosa patimmo durante una campagna di 34 giorni nella vallata del fiume Ia Drang, sugli altopiani centrali del Vietnam del Sud, nel novembre 1965, quando eravamo giovani, e convinti, e patriottici, e i nostri connazionali sapevano poco e nulla volevano capire dei nostri sacrifici. Un’altra storia di guerra, direte. Non proprio, perché in un senso più importante questa è una storia d’amore, raccontata con le nostre parole e attraverso le nostre azioni. Eravamo i figli degli anni Cinquanta, e andammo dove ci avevano mandato perché amavamo il nostro paese. Eravamo in gran parte soldati di leva, eppure ci sentivamo orgogliosi di avere l’occasione di servire la patria come i nostri padri l’avevano servita nella seconda guerra mondiale e i nostri fratelli maggiori in Corea.

[…]

Scoprimmo, in quel posto infernale, deprimente, dove la morte era compagna inseparabile, che ci importava l’uno dell’altro. Ammazzavamo per i commilitoni, morivamo per i commilitoni e piangevamo per i commilitoni. E nel tempo arrivammo persino ad amarci come fratelli. In battaglia il nostro mondo si riduceva all’uomo alla nostra sinistra e all’uomo sulla nostra destra e al nemico tutto attorno. Avevamo in mano le vite dei compagni, perciò imparammo a condividerne le paure, le speranze, i sogni.

[…]

Questo è il racconto di cosa facemmo, vedemmo e patimmo durante una campagna nella valle del fiume Ia Drang, sugli altopiani centrali del Vietnam del Sud, nel novembre 1965. Eravamo i figli degli anni Cinquanta, giovani seguaci di John Kennedy, e andammo dove ci avevano mandato.
Oggi, i nostri volti di giovani ormai vecchi, scavati dalle febbri e dalle notti insonni, ci fissano impietriti, come estranei sperduti e dannati, dalle foto ingiallite che abbiamo conservato in scatole di cartone.
Noi sappiamo cos’è il Vietnam, e come sembravamo, e agivamo, e parlavamo, e odoravamo. In America pare che non lo sappia nessun altro.
E allora per una volta, una volta sola, bisogna dire: è cominciato così, era così. Alla fine i morti non si sono rialzati. I feriti non si sono sciacquati le piaghe per riprendere a vivere come se niente fosse. Nessuno di noi ha lasciato il Vietnam uguale a prima.
Questo racconto è il nostro testamento Questa è la nostra storia. Perché un tempo siamo stati soldati, e giovani.

 
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Pubblicato da su 31 agosto 2015 in Guerra, LibriStranieri, Ricordi, Storia

 

La bambina perduta – Maria Venturi

la bambina perdutaIl 55,2% delle donne italiane tra i 14 e i 59 anni (oltre la metà) è stata oggetto almeno una volta nella vita di una molestia di natura sessuale (molestie fisiche, molestie verbali, esibizionismo, telefonate oscene pedinamenti). Sono oltre 500 mila (2,9%) le italiane vittime di una violenza o tentata violenza sessuale. Negli ultimi tre anni si sono accertati 18 mila episodi di stupro. Solamente 1 donna su 10 sporge denuncia della violenza subita. Gli stupri imputabili a persona “estranea” son appena il 3,5%. Salgono al 23,8% quelli imputabili a persona famigliare e amica. L’età più a rischio è quella compresa tra i 25 e i 44 anni. Gli abusi sessuali sono maggiormente diffusi al Nord e nelle grandi città.

[…]

Uno stupro è per sempre. Col tempo puoi rimuovere l’aggressione di un ladro, le percosse di un amante, il terribile impatto con un’auto pirata che ti investe, il proiettile di un bandito che ti si conficca nella carne: sono esperienze fuori della norma che rientrano nella sfera della criminalità e dell’odio e perciò la stessa quotidianità le esorcizza come disgraziete e irripetibili. Lo strupro no. Lo stupro è il solo crimine che si consuma con gli identici geti e gli identici rituali di un accomppiamento d’amore: la smania del possesso, la penetrazione, l’ansimare affannoso, gli spasmi dell’orgasmo esprimono l’esplodere della passione sia quello della violenza bestiale. Ogni volta che il corpo di mio marito scivola sopra al mio, rivivo l’incubo dello stupro.

 
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Pubblicato da su 15 agosto 2015 in LibriItaliani, Ricordi, ViolenzaSulleDonne

 

Un giorno come questo – Peter Stamm

un_giorno_come_questoUno dei tanti elenchi, pensò. La sua vita era un elenco infinito di ore di scuola, sigarette, pasti, film, incontri con le amanti e con gli amici, tutte liste incoerenti di avvenimenti banali. A un certo punto aveva smesso di provare a dare una forma all’insieme, aveva rinunciato a cercare una forma unitaria. Quanto meno gli avvenimenti della sua vita avevano qualcosa a che vedere l’uno con l’altro, tanto più erano diventati interscambiabili. A volte si sentiva come un turista che corre da un’attrattiva all’altra di una città di cui non conosce neanche il nome. Tanti inizi che non avevano nulla a che vedere con la fine, con la sua morte, che non avrebbe avuto altro significato se non che il tempo a sua disposizione era finito.

[…]

L’angoscia non era un pensiero. Sembrava venire da fuori. Quando Andreas pensava alla sua malattia, non aveva angoscia. Era disperato, confuso, si lamentava della propria sorte, si faceva dei rimproveri. L’angoscia invece arrivava subitanea e senza preavviso. Allora era come se i suoi pensieri si rabbuiassero. L’angoscia gli toglieva il respiero, gli schiacciava il corpo, finchè gli pareva che il suo corpo esplodesse e di dissolvesse in una schiuma fine, in milioni, miliardi di goccioline microscopiche sospese nel vuoto.

 
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Pubblicato da su 28 maggio 2015 in Amore, LibriStranieri, Malattia, Ricordi

 

Avrò cura di te – Massimo Gramellini e Chiara Gamberale

avrò cura di teDove vanno a finire le versioni innamorate di noi, Filèmone?

[…]

Da questa parte del velo ho compreso che il valore della vita risiede nello sforzo di equilibrio che compiamo ogni giorno per dare un senso a tutto. Non è facile accettare che quanto ci accade abbia sempre un significato, anche quando non riusciamo a scorgerne alcuno. E che le sconfitte dipendono da noi, mentre sarebbe più comodo darne la colpa ai maneggi del prossimo e del destino.

[…]

Tu sai cosa signiifica sentire? Avere tantissimo caldo e tantissimo freddo. Tantissima paura. Tantissima voglia. Fretta: di scappare, tornare, andare, andare, andare…

[…]

“Ci sono cose troppo brutte per entrarci dentro tutte insieme” si giustificava mia nonna, quando mio nonno è morto e lei insisteva nel fare programmi come se fosse ancora vivo, e tutti ci preoccupavamo per la sua salute mentale. “Datemi tempo” sospirava.

Prenditi tutto il tempo, ma non lasciare che il tempo si prenda tutto.

[…]

Appena ti sforzi di diventare come ti vogliono gli altri, allora gli altri non ti vogliono più.

 
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Pubblicato da su 12 gennaio 2015 in Amore, LibriItaliani, Ricordi

 

Per dieci minuti – Chiara Gamberale

per dieci minuti L’unica a non avercela più, una vita, ero io.
Al suo posto una massa informe, sfilacciata, ferita, che come unico perno su cui girare aveva lo smarrimento.
 
Passato il momento dolore insopportabile, poi, non c’era più neanche quello a farmi un po’ di compagnia.
Andavo a letto e l’unico pensiero prima di addormentarmi era la speranza di non risvegliarmi. Tanto il grande amore che dovevo avere l’avevo avuto, i romanzi migliori che dovevo scrivere li avevo scritti, di certo non ne avrei scritti altri in cui mi sarei potuta così profondamente esprimere, perché non avrei vissuto nient’altro che avrebbe potuto toccarmi così profondamente, la casa d’infanzia era ormai alle spalle e con lei ogni promessa interessante di bene: “E allora, se non c’è più da scrivere, se non c’è più da vivere, se non c’è più una famiglia che, ogni settimana, quantomeno mi dia l’illusione di essere la mia, che ci sto a fare io, al mondo?” ripetevo in continuazione ogni lunedì alla mia analista, la dottoressa T.
 
Che un giorno di dicembre – ispirata da Rudolf Steiner ed esasperata da me -, alla fine di una seduta, mi ha buttato lì, intensa e un po’ magica com’è: “Le va di fare un gioco?”.
“…”
“Per un mese, a partire da subito, per dieci minuti al giorno, faccia una cosa che non ha mai fatto.”
 
 
[…]
 
Perché è davvero perverso l’amore.
Quando c’è, parli con una sola persona di tutte le altre.
Quando entra in crisi, parli con tutte le altre di una sola persona.
L’unica con cui, a parlare, non riesci più.
E giorno dopo giorno ecco che non è più davvero una persona, quella persona: a forza di parlare di lei anziché viverla, diventa un puntino. Un ologramma.
Qualcosa di indistinto, di ingannevole, di fatuo.
 
 
 
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Pubblicato da su 17 febbraio 2014 in Amore, LibriItaliani, Ricordi, VitaVera

 

Il corpo umano – Paolo Giordano

Image Negli anni successivi alla missione, ognuno dei ragazzi s’impegnò a rendere la propria vita irriconoscibile, finché i ricordi di quell’altra, dell’esistenza prima, non si macchiarono di una luce fasulla, artificiale, ed essi stessi non si convinsero che niente di quello che era accaduto fosse accaduto realmente, o per lo meno, non a loro. Anche il tenente Egitto ha fatto del suo meglio per dimenticare. Ha cambiato città, reggimento, lunghezza della barba e abitudini alimentari, ridefinito certi antichi conflitti privati e imparato a tralasciarne altri che non lo riguardavano – una differenza che non conosceva affatto, prima. Se la trasformazione ubbidisca a un piano o sia frutto di un processo disorganico non gli è chiaro, né gli interessa. L’essenziale per lui, fin dall’inizio, è stato scavare una trincea fra presente e passato: un rifugio che neppure la memoria fosse in grado di violare.

[…]

Dovete conoscere le sigle, le sigle sono importanti, tutte quante. Se non sapete l’inglese, imparatelo. La sigla giusta al momento giusto vi salva la vita. Non è una guerra pulita, questa. Non è una guerra equilibrata. Voi siete i bersagli. Siete i topi in un pezzo di formaggio ammuffito. Non c’è neppure un nostro amico là fuori. Neppure quei bambini con le mosche in faccia. Neppure i mao-mao. Novanta su cento, un mao-mao sa dov’è nascosto un IED e non ve lo dirà. Sono corrotti come delle puttane, quelli. Non andate mai dove un mao-mao non vuole andare. E non andate mai dove un mao-mao vi dice di andare. (Domanda) Un mao-mao è un poliziotto afghano. Ma dove cazzo sei stato fino a oggi? (Risate) Siamo in un Paese di gente lurida e corrotta. Non c’è niente da migliorare qui. Quando avremo messo a posto un po’ di cose ce ne andremo, tutto tornerà a essere il casino che era. A voi interessa tornare a casa. Tornate a casa e la vostra missione sarà stata un successo, l’Afghanistan vada a farsi fottere. (Domanda) Perché siamo soldati, facciamo quello che c’è da fare. E non sprecare il mio tempo con certe domande del cazzo.

[…]

Non ce la faccio più a dormire da sola. Mi ammalerò, Salvo, te lo giuro. Mi ammalerò e tu non potrai curarmi. Per quante notti ancora? Più di cento. Le ho contate, Salvo. Più di cento! Non riesco neanche a dirlo. Mi sembra impossibile. Vorrei strangolarti, davvero. Sta arrivando il freddo, oggi non si è nemmeno visto un raggio di sole. Questo tempo mi sta condizionando, penso che non resisterò fino alla tua licenza. Anche Gabriele sente la mancanza, ma in un modo tutto suo. Sono sincera, a volte non lo capisco. Certi giorni mi sembra quasi che si sia dimenticato di te e allora mi viene molta paura e vorrei sgridarlo. Gli faccio vedere la tua foto, quella dell’ingresso, gli chiedo chi è questo signore?, te lo ricordi?

 
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Pubblicato da su 2 dicembre 2013 in Amore, Guerra, LibriItaliani, Ricordi, Storia