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Archivi categoria: Adolescenza

Il bordo vertiginoso delle cose – Gianrico Carofiglio

ilbordovertiginosodellecose“Avremmo dato per scontato che questi fossero solo fumetti. Invece sono anche poesia, filosofia e molto altro. Avremmo dato per scontato che quella roba sulla cattedra fosse solo spazzatura e invece può essere parte di un capolavoro della pittura. Qualcuno si chiede per quale motivo si studi filosofia, cioè una disciplina che in apparenza non ha alcuna utilità pratica. Ebbene la filosofia serve a non dare per scontato. Nulla. La filosofia è uno strumento per capire quello che ci sta attorno – per capire quello che ci sta dietro probabilmente è più efficace la letteratura -, a capiamo davvero quello che ci sta attorno se non diamo per scontato la verità che qualcun altro ha pensato di allestire per noi. Fare filosofia – cioè pensare – significa imparare a fare e a farsi domande. Significa non avere paura delle idee nuove. Significa non fermarsi alle apparenze. Significa essere capaci di dire di no a chi vorrebbe imporci il suo modo di pensare e di vedere il mondo. Cioè a chi vorrebbe pensare per noi.”

 
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Pubblicato da su 16 settembre 2015 in Adolescenza, LibriItaliani, Ricordi

 

Storia di Irene – Erri De Luca

storia di ireneIrene di fianco mi spinge nella testa frasi brevi della sua storia. M’investe e mi trasporta. Mi porta alla mattanza dei delfini nella baia di Taiji, ogni anno il loro sangue ingrassa il mare del Giappone. Li macellano insieme fino agli ultimi che smettono di resistere e si fanno ammazzare. I delfini comandano il respiro, possono arrestarlo. E tu?, chiede sfacciato il mio pensiero, senza che io abbia governo neanche sulle mie domande. Io sono tra voi e loro. Un delfino dura cinquant’anni, molto meno se in prigionia di acquari e di piscine. Costretti a fare capriole in aria per ricevere il cibo, si ammalano, avviliti dal chiasso degli applausi. Sono frustate e sono derisioni. Nati per navigare oceani, rinchiusi in acqua ferma muoiono per mancanza. Sai che un delfino piange? No, so che le lacrime s’accoppiano alle perdite e raramente anche a un’allegria. Scaccio il pensiero, però rivedo le lacrime di nonna che cadono senza un colpo di singhiozzo sopra suo figlio e scorrono senza presa su di lui. Sono più giuste quelle dei delfini perché restano in mare. Hai ragione, Irene, in terraferma cadono sulle mani, sopra il pavimento, oppure dentro un cinema.

 
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Pubblicato da su 13 gennaio 2014 in Adolescenza, LibriItaliani, VitaVera

 

Fermati tanto così – Matteo B. Bianchi

fermati tanto così In tutto il mio periodo di permanenza alla Valle ci fu un solo, isolato episodio in innocente natura sessuale.
Un tardo pomeriggio mi ero accorto di aver perso il mio cappellino da qualche parte e lo stavo cercando. A un certo punto ero entrato nella cameretta di Guido, senza bussare, convinto che lui fosse in giardino con gli altri. Invece era sdraiato sul letto.
“Ah, sei qui?” avevo osservato, distrattamente. Poi ero andato verso la scrivania a verificare se il berretto fosse lì. Non mi sarei mai accorto di nulla, se non fosse stato Guido stesso a insospettirmi con il suo atteggiamento.
“Cosa vuoi?” si era messo a urlare.
“Sono venuto a cercare il mio cappellino, non credevo di trovarti in camera.”
“Vai via, lasciami in pace.”
“Perché gridi così? Cosa c’è che non va?”
Ingenuo che sono. Mentre mi cacciava fuori, Guido stava cercando di allacciarsi i pantaloni che, adesso me ne rendevo conto, quando ero entrato teneva abbassati, con le mani infilate dentro.
Sì, l’avevo disturbato.
Oh, oh.
Come ci si comporta in una situazione simile fra gentiluomini?
“Scusa, hai ragione, potevo bussare… Non sapevo che dormivi.” L’eleganza dell’eufemismo.
“Non mi lasci mai da solo, tranquillo.” L’eleganza della risposta.
“Ho detto scusa, ora esco.”
“Dove vai?”
“Da basso, coi bambini.”
“Vengo anch’io.”
Guido tirò su la zip dei pantaloni, fece l’indifferente.
“Andiamo a giocare a pallone”, disse.
Ma io non potevo fingere altrettanta indifferenza ora che notavo le sue mani visibilmente umidicce.
“Lavati le mani, prima.” Il tono, mi ero sforzato, era di disinvolta noncuranza.
“Non sono sporche.”
Riconoscere le prove è ammettere la colpa.
“Sì che lo sono, dai vai in bagno.”
“Ho detto di no!” quasi gridò.
Ok, la questione andava affrontata subito. Mi pentivo amaramente di non aver mai chiesto consiglio alla sua terapeuta o a Marco su quale fosse la chiave giusta da adottare in termini di pippe. La circostanza però mi imponeva una risoluzione rapida.
“Senti, non c’è nessun problema. Se ogni tanto vuoi… stare per conto tuo,… come hai fatto adesso… be’, è normale. Anche a me… capita… Solo che dopo bisogna lavarsi.”
Cercavo di usare termini neutri, e di evitare qualsiasi accenno colpevolizzante. Era comunque la prima volta che parlavo di masturbazione con un ragazzino. Stavo improvvisando i toni, le parole, i gesti.
“Io non ho fatto niente!” ribadì lui e uscì dalla stanza.
Gli corsi dietro. “No, dai, aspetta.”
“Vuoi lasciarmi in pace? Eh?!”
Incrociai Martino in corridoio. Gli bastò uno sguardo: “Problemi?”
Guido sgusciò in ascensore. Le porte mi si chiusero in faccia.
“Perché scappa?”
Guardai Martino sconsolato. “Sono entrato in camera sua. Si stava sparando una sega. L’ho interrotto sul più bello, credo. Solo che non ha voluto lavarsi le mani.”
Martino, che stava sogghignando, cambiò subito espressione. “Eh, no. Questo no, cazzo. Almeno lavarsi!” Si diresse verso le scale. Gli andai dietro.
Cinque minuti dopo in Casa Obiettori si svolgeva una specie di riunione planetaria maschile. Gli educatori al completo impegnati nell’epica impresa di convincere Guido a entrare in bagno. Prima con le cameratesche pacche sulle spalle, i discorsi da amici, da adulti che capiscono e vogliono solo darti un consiglio. Poi con una discussione più animata, sui toni di altrimenti ci arrabbiamo. Infine (altrimenti) ci arrabbiammo. E Guido che, finalmente, si decide a infilare le mani sotto il lavandino.
Sorrisi di soddisfazione fra educatori, piccola lezione di igiene personale impartita, io che buttavo là dei commenti da amicone ritrovato “Sarai un testone, eh? Ci voleva così tanto per convincerti ad usare un po’ di sapone…” Ma intanto, dentro di me, speravo che non fosse più necessario riprenderlo su questa faccenda, che non mi capitasse mai più di interrompere i suoi svaghi solitari, e che almeno nella libertà di farsi le seghe, per l’amore di Dio, potesse essere un ragazzino come tutti gli altri.
Da parte mia, comunque, imparai a bussare.

[…]

In quel momento percepivo chiaramente come per quel bambino io fossi tutto: l’unica forza in grado di proteggerlo, salvarlo, riportarlo alla pace. Mi tornarono in mente le definizioni dei testi di psicologia, quando parlavano di “senso di onnipotenza” che i piccoli attribuiscono ai loro genitori. Renzino ora stava confidando nella mia misera onnipotenza e io provavo uno strano senso di responsabilità mista a gratitudine per la quale avrei affrontato anche un’intera nottata in quella scomoda posizione. Non riuscii più a vedere molto del circo, a quel punto. Ma chi se ne fregava. Avevo il mio numero speciale da ammirare: doppio salto mortale con pace ritrovata. E il respiro di Renzino che si addormentava era per me uno spettacolo molto più emozionante. Senza offesa, Moira, per te e i tuoi elefanti.

 

Eragon, Eldest, Brisingr – Christopher Paolini

eragon + eldest + paolini brisingr

Sapere chi sei senza illusioni o compassione è un momento di rivelazione che nessuno sperimenta restando indenne. Alcuni impazziscono davanti alla pura verità. Quasi tutti cercano di dimenticarla. Ma per quanto il nome dia potere agli altri, anche tu acquisti potere su di te, se la verità non ti spezza. (Eragon)

Per prima cosa, non permettete a nessuno di dominare la vostra mente o il vostro corpo. Badate che i vostri pensieri siano sempre liberi. Un uomo può essere libero, eppure vivere in ceppi peggiori di quelli che ha uno schiavo. Date agli altri la vostra attenzione, mai il vostro cuore. Mostrate rispetto per chi possiede il potere, ma non seguitelo ciecamente. Giudicate con logica e raziocinio, ma non commentate.
Non considerate nessuno superiore a voi, qualunque sia il suo rango. Trattate tutti con giustizia, o vi attirerete vendetta. Non sciupate il denaro. Tenetevi strette le vostre convinzioni, e gli altri vi ascolteranno. (Eragon)

Vivi nel presente, ricorda il passato, e non temere il futuro, perché il futuro non esiste e mai esisterà. C’è soltanto il momento presente. (Eldest)

E’ sempre così: sono quelli che ami di più che ti danno i dolori più grandi. (Eldest)

La storia è fitta di soggetti convinti di fare la cosa giusta, mentre commettono crimini proprio per questo. Ricorda, Eragon, che nessuno ritiene di essere cattivo, e pochi prendono decisioni che ritengono sbagliate. Una persona può non apprezzare la propria scelta, ma la sosterrà anche nelle peggiori circostanze, perché crede che sia la migliore possibile in quel momento. (Eldest)

Come faccio a sapere quale religione è quella autentica? Solo perché qualcuno abbraccia una fede non significa che sia la strada giusta… Forse nessuna religione contiene tutte le verità del mondo. Forse ognuna ne contiene dei frammenti, e spetta a noi scoprirli e metterli insieme. O forse hanno ragione gli elfi, e gli dei non esistono. Ma come faccio a esserne sicuro? (Brisingr)
 
Il caos accompagna ogni grande cambiamento.
(Brisingr)
 
 
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Pubblicato da su 17 gennaio 2013 in Adolescenza, Amore, Fantasy, Guerra, LibriStranieri, Ricordi

 

L’esatta sequenza dei gesti – Fabio Geda

 Elisa apre la porta e si guarda attorno, la cucina è un campo di battaglia. “Promettetemi che rimetterete a posto ogni cosa, vi prego.”
“Certo che rimettiamo a posto” dice Marianna, come fosse ovvio.
“Bene. Altrimenti sappiate che i biscotti saranno il vostro unico pasto, non solo il dolce. non riuscirei neppure a trovare una pentola per il sugo, in questo momento” dice sorridendo. Poi aggiunge: “Marta, vieni un secondo?”
Invita Marta a seguirla nella camera degli educatori, la fa accomodare sul divano. “Senti, volevo dirti che chiamato una certa professoressa, credo fosse quella che ti ha regalato Marcolvaldo.”
Marta s’illumina. “La professoressa Isoardi.”
“Esatto, proprio la Isoardi. Purtroppo non ho potuto passartela perché, per adesso, la situazione con tua mamma, con il tuo paese, con la gente che frequentavi prima e che continua a vedere tua mamma tutti i giorni, ecco, è ancora un po’ confusa. Ma domani all’una viene la Ferragamo, così avremo modo di chiarire le cose anche con lei. Non era solo questo che volevo dirti. Volevo dirti che lei ha chiamato anche un po’ per conto di tua madre…”
“Di mia madre?”
“Si. Sembra che giovedì abbia cercato di venire all’incontro, ma si sia persa.”
“Dove si è persa?”
“A Torino. Ha trovato un passaggio da qualcuno, non ho capito. E’ venuta fino a Torino però non ha trovato il posto dell’incontro.”
Non mi ha trovata.
“Ti spiegherà meglio domani l’assistente sociale, per ora volevo che tu lo sapessi” dice Elisa. “lei ci ha provato.”
“Non c’è riuscita.”
“Però ci ha provato.”
Marta impiega diversi secondi a trovare le parole per dire quello che pensa. Va a pescarle chissà dove: nel passato, nel futuro. “Cosa me ne faccio di una mamma che prova, ma non riesce?”
 
[…]
 
“Ascanio…” sente una mano poggiarsi sulla spalla.
“Marianna. Ancora sveglia?”
“Non trovo la piastra.”
“La piastra?”
“Per i capelli.” Solleva una ciocca laterale. “Credo sia nel vostro armadio.”
Percorrono il corridoio. Ascanio avanti, Marianna dietro.
“Bella la tua federa.” Marianna studia il divano trasformato in letto da Ascanio.
“Grazie, è un regalo di mia nonna.”
“Tua nonna ti regala le federe?”
“Perché non può?”
“No, è solo che è un regalo strano. Tu sei ancora sfidanzato, Ascanio?”
“Sono sfidanzato, sì.”
“Dovresti fidanzarti.”
“Bisogna essere in due.”
“Se avessi una fidanzata che lavoro ti piacerebbe che faccia?”
“Che facesse.”
“Che facesse.”
“La fisioterapista.”
“E perché?”
“E perché no? Tu, il tuo fidanzato?”
“Il giocatore di rugby. Li hai visti quei due fratelli? I Bergamasco…”
“Giusto, così la mia fidanzata potrebbe fare la fisioterapista al tuo fidanzato. Credo si facciano piuttosto male.”
“E’ un bel lavoro fare la fisioterapista?”
“Credo di si.”
“Io potrei farlo?”
“Lasciatelo dire, Marianna, tu potresti fare quasi tutto, nella vita. Certo, per una cosa del genere bisogna studiare parecchio, ma potresti, sì.”
Marianna prende dall’armadio la scatola della piastra rattoppata con la scotch rosso.
Poi, come nulla fosse: “Marta e Corrado non andate a riprenderli?”
“E dove?”
“Lo sanno tutti che sono dal padre di Marta.”
“Non è così semplice come sembra.”
“Cosa c’è di difficile? Prendete la macchina, andate fin lì e gli dite che volete che tornino in comunità.”
“Secondo te tornerebbero?”
“Forse no, ma gli farebbe piacere vedervi andare fin lassù per loro. Almeno, a me farebbe piacere. Chi ti vuole, ti cerca. Non funziona così anche in amore?”
Ascanio è senza parole.
Marianna esce e mentre sta per chiudere la porta si volta. “Ascanio…”
“Sì?”
“Prima hai detto che io, nella vita, potrei fare quello che voglio.”
“Sì.”
“Come fai a esserne certo?”
 
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Pubblicato da su 3 settembre 2012 in Adolescenza, Infanzia, LibriItaliani, Sociale, VitaVera

 

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Il mio inverno a Zerolandia – Paola Predicatori

Viro verso il nulla e attiro tutti gli sguardi su di me: sento metà della classe trattenere il respiro, pensando che ciò che vedono è solo frutto della loro immaginazione, mentre io mi muovo al rallentatore e percorro i pochi passi che mi rimangono fino alla zona rossa, e mi siedo lì, lasciando tutti a bocca aperta, Sonia per prima.
“Ciao, Gabriele” vorrei dirgli, e invece mi siedo e non dico proprio niente. “Ciao, Alessandra” potrebbe dirmi, e invece non dice niente, perché lui è Zero.
Gabriele Righi, alias Zero. Avevamo cominciato a chiamarlo così, me compresa, quella volta che durante la ricreazione aveva spaccato la serratura di uno dei cassetti della cattedra per recuperare il cellulare che la prof di matematica gli aveva sequestrato. Quando la prof era rientrata, un quarto d’ora dopo, gli aveva detto che lo avrebbe fatto sospendere, che lo avrebbe rimandato con zero. E lui, per fare l’idiota, aveva chiesto: con chi, prof? E lei, scema: zero, Righi, ti do il debito con zero, mi ha capito bene. Io questo zero non lo conosco, prof, aveva ribattuto lui senza espressione, e lei, sibilando, guardandolo negli occhi come per incenerirlo e piegando le labbra in una smorfia di disprezzo: tu, Righi, sei Zero. E noi tutti a sghignazzare, la mano davanti la bocca, come tante scimmiette su un albero, ben sapendo che la prof ci era andata giù  troppo pesante. Ma chi avrebbe mai preso le difese di uno così? E da quel giorno fu Zero per tutti, e nacque la leggenda.
 
[…]
 
Quando torna la felicità faccio finta di niente. Farò finta di non accorgermi, come uno che può fare senza, che ha imparato e si accontenta. Quando torna la felicità non le dico niente. Farò finta di non vederla e basta. Allo stesso modo di quando, mentre studiavo, ti sentivo muoverti nella tua stanza, sentivo la radio diffondere la sua musica piano, e non ci badavo perché credevo che fosse una cosa da niente. Era quella, la felicità, e io non lo sapevo.
A volte nel silenzio mi sembra di sentire qualcosa dall’altra parte del muro e mi metto ad ascoltare. Accosto l’orecchio alla parete e attendo. Solo il vuoto dalla mia parte, dalla tua l’assenza. E vincono sempre. Lascio che mi annientino con il potere delle cose invisibili.
Quando torna la felicità potrà anche mettersi a gridare, tanto adesso ho capito, non mi faccio ingannare.
 
La felicità non era un grido, ma appena un sussurro.
 
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Pubblicato da su 2 luglio 2012 in Adolescenza, Amore, Discrimini, LibriItaliani

 

Lettera a un adolescente – Vittorino Andreoli

 Carissimo,
 
è bene ti dica che sono vecchio, faccio parte non solo della categoria dei padri ma anche di quella dei nonni.
Un vecchio convinto che non sia accettabile il mutismo tra generazioni, che vuol dire tra padri e figli dentro la stessa casa, mentre ci si trova fianco a fianco. E’ meglio parlare che stare muti. Nel mutismo prendono il sopravvento rancori e odi, e allora bisogna non stancarsi di provarci e proprio per questo, per oppormi al dolore della non comunicazione, ho deciso di scriverti.
Ho molte cose da dirti, emozioni e sentimenti da trasmetterti. Mi rivolgo a te senza giovanilismi forzati, semplicemente da vecchio. Assumo nei tuoi  confronti l’atteggiamento di un padre e di un nonno. Incarnerò insomma il mio ruolo e lo farò fino in fondo.
 
[…]
 
Si tratta di un pregiudizio generale, perché tutti gli adolescenti, indistintamente, sono insoddisfatti del proprio corpo e si sentono brutti.
Pensa al dramma che vivi ogni volta che scopri un brufolo. E’ un puntino rosso su un frammento della cute, invisibile a tutti tranne  che a te, che lo vedi enorme, un vulcano che erutta pus e che fa uno schifo tale da doverlo nascondere, al punto che non esci dalla tua stanza pur di non portare a spasso quell’orrore che tutti vedranno non appena poggeranno lo sguardo su di te, venendo colti da vomito inarrestabile o, in alternativa, da pietà e misericordia. Se non ti dicono nulla è per pietà, e perché provano pena per la tua situazione.
In realtà quel puntino è ingrandito dalla tua fantasia, dal principio universale, e dunque a priori, per cui un adolescente per essere tale si deve sentire e vedere brutto, un anatroccolo deforme che soltanto madre e padre cercano svogliatamente di sostenere  con quell’atteggiamento da san Vincenzo che fa essere ottimisti anche uno che sta tirando le cuoia nello sterco e nell’abbandono.
C’è poi il seno troppo abbondante o troppo piccolo, e anche in questo caso le misure soggiacciono al principio generale per cui un adolescente riesce sempre a individuare i presupposti della propria deformità e quindi della propria paura.
Lasciamo stare la cellulite. E i capelli, che una ha ricci e tira per farli diventare dritti, un’altra ha a “retta sparata” e vorrebbe facessero almeno la curva.
E poi c’è il dramma del sedere. E’ stupefacente quanta attenzione gli si dedichi, quasi come a un secondo volto. E ovviamente anche questo è orrendo e allora non rimane che piangere la mancata fortuna e prendersela con la mamma, che forse è la causa principale del disastro, avendoti trasmesso geneticamente la bruttezza.
E guai se qualcuno tenta di consolarti: è la prova che davvero sei fuori misura e non ti resta che la fuga dal mondo.
 
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Pubblicato da su 26 giugno 2012 in Adolescenza, LibriItaliani, Ricordi, Sociale, VitaVera