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Se provi a contare le stelle – Daniella Carmi

03 Ago

Se-provi-a-contare-le-stelleLa sera non riuscivo a addormentarmi. I miei pensieri correvano qua e là, al posto  delle gambe. Avrei voluto mettermi sull’altro fianco, perchè quello si cui stavo mi faceva già male, così ho cercato di voltarmi verso la finestra senza muovere troppo il ginocchio, ma dopo qualche minuo di tentativi, ero tutto sudato, a forza di agitare braccia e gambe. Quando finalmente sono riuscito a girarmi, ho visto Jonathan davanti alla finestr. Era in ginocchio sulla sedia e guardava el buio della notte. Improvvisamente si è girato vero di me: “Lo sai che la Via Lattea sembra la spina dorsale della notte?”. Non sapevo cosa rispondergli, tanto ero meravigliato che si fosse rivolto a me, che avesse semplicemente aperto la bocca e mi avesse detto qualcosa. Solo a me. La mia anima si è sollevata e si è librata sopra il letto. Non ho capito esattamente cosa mi avesse detto. Sapevo solo che aveva a che fare con le stelle. Perhè era di quello che parlava il suo libro tutto pieno di figure di stelle remote. Avrei voluto chiedergli qualcosa, ma cosa? Cè così tanto da chiedere sulle stelle. Forse ci sono più domande che stelle. Jonathan stava là, silenzioso, e guardava fuori come se si aspettasse una risposta. E mentre osservavo le stelle insieme al Pulcino mi sono addormentato. Era da tanto che non le vedevo più, perchè da noi di nott nessuno esce di casa, e se anche esci non ti viene certo in mente di guardare le stelle. Qui ci sono le stelle. Ti fanno l’occhiolino dalla notte e se chudi gli occhi continui a vederle, volano sempre più vicine finchè non ti piovono sopra. […] E’ successo dopo che ha spento la luce e se n’è andato: Jonathan mi ha parlato dall’oscurità. Non potevo vedere la sua faccia, ma la sua voce era chiara: “Vieni con me su Marte?” Davvero. Proprio così. Come quando Adnan mi chiedeva: “Vieni con me a raccogliere i mozziconi di Marlboro?”. Mi girava la testa. Non sapevo cosa rispondere. “Io… io non posso camminare” ho balbettato. “Lo so”. Speravo che non mi considerasse un vigliacco. Forse sembro un vigliaco. Perlomeno, è quanto dicono Adnan e i suoi amici. Ma io non sono un vigliacco. E’ solo che, dopo quello che è successo a Fadi, mamma non mi lascia più andare al bazar e in piazza la sera, e papà chiude la porta alle mie spalle appena cala il tramonto. Mi chiamano coniglio, ma io dico che un coniglio non è nè coraggioso nè pauroso. E’ solo veloce. Non ha nè artigli nè unghie. Per questo scappa. Tutto qui. Non so perchè in quel momento fosse così importante per me, ma il Pulcino non doveva pensare che avessi paura di partire con lui per un lungo viaggio o Allah sa per dove. “Dobbiamo aspettare l’operazione” ha concluso Jonathan, come se ci avesse riflettuto sopra a lungo. “Si” mi è sfuggito. Non sapevo esattamente cosa stessi dicendo. “Si” ha ripetuto Jonathan. Adesso finalmente lo vedevo: era seduto sul letto e mi guardava, probabilmente da un po’. “Rimandiamo a dopo l’operazione” ha detto con la sua voce chiara, come se l’aspettasse insieme a me.

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Pubblicato da su 3 agosto 2015 in Guerra, Infanzia, LibriItaliani, Storia

 

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