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Il corpo umano – Paolo Giordano

02 Dic

Image Negli anni successivi alla missione, ognuno dei ragazzi s’impegnò a rendere la propria vita irriconoscibile, finché i ricordi di quell’altra, dell’esistenza prima, non si macchiarono di una luce fasulla, artificiale, ed essi stessi non si convinsero che niente di quello che era accaduto fosse accaduto realmente, o per lo meno, non a loro. Anche il tenente Egitto ha fatto del suo meglio per dimenticare. Ha cambiato città, reggimento, lunghezza della barba e abitudini alimentari, ridefinito certi antichi conflitti privati e imparato a tralasciarne altri che non lo riguardavano – una differenza che non conosceva affatto, prima. Se la trasformazione ubbidisca a un piano o sia frutto di un processo disorganico non gli è chiaro, né gli interessa. L’essenziale per lui, fin dall’inizio, è stato scavare una trincea fra presente e passato: un rifugio che neppure la memoria fosse in grado di violare.

[…]

Dovete conoscere le sigle, le sigle sono importanti, tutte quante. Se non sapete l’inglese, imparatelo. La sigla giusta al momento giusto vi salva la vita. Non è una guerra pulita, questa. Non è una guerra equilibrata. Voi siete i bersagli. Siete i topi in un pezzo di formaggio ammuffito. Non c’è neppure un nostro amico là fuori. Neppure quei bambini con le mosche in faccia. Neppure i mao-mao. Novanta su cento, un mao-mao sa dov’è nascosto un IED e non ve lo dirà. Sono corrotti come delle puttane, quelli. Non andate mai dove un mao-mao non vuole andare. E non andate mai dove un mao-mao vi dice di andare. (Domanda) Un mao-mao è un poliziotto afghano. Ma dove cazzo sei stato fino a oggi? (Risate) Siamo in un Paese di gente lurida e corrotta. Non c’è niente da migliorare qui. Quando avremo messo a posto un po’ di cose ce ne andremo, tutto tornerà a essere il casino che era. A voi interessa tornare a casa. Tornate a casa e la vostra missione sarà stata un successo, l’Afghanistan vada a farsi fottere. (Domanda) Perché siamo soldati, facciamo quello che c’è da fare. E non sprecare il mio tempo con certe domande del cazzo.

[…]

Non ce la faccio più a dormire da sola. Mi ammalerò, Salvo, te lo giuro. Mi ammalerò e tu non potrai curarmi. Per quante notti ancora? Più di cento. Le ho contate, Salvo. Più di cento! Non riesco neanche a dirlo. Mi sembra impossibile. Vorrei strangolarti, davvero. Sta arrivando il freddo, oggi non si è nemmeno visto un raggio di sole. Questo tempo mi sta condizionando, penso che non resisterò fino alla tua licenza. Anche Gabriele sente la mancanza, ma in un modo tutto suo. Sono sincera, a volte non lo capisco. Certi giorni mi sembra quasi che si sia dimenticato di te e allora mi viene molta paura e vorrei sgridarlo. Gli faccio vedere la tua foto, quella dell’ingresso, gli chiedo chi è questo signore?, te lo ricordi?

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Pubblicato da su 2 dicembre 2013 in Amore, Guerra, LibriItaliani, Ricordi, Storia

 

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