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Fermati tanto così – Matteo B. Bianchi

11 Ott

fermati tanto così In tutto il mio periodo di permanenza alla Valle ci fu un solo, isolato episodio in innocente natura sessuale.
Un tardo pomeriggio mi ero accorto di aver perso il mio cappellino da qualche parte e lo stavo cercando. A un certo punto ero entrato nella cameretta di Guido, senza bussare, convinto che lui fosse in giardino con gli altri. Invece era sdraiato sul letto.
“Ah, sei qui?” avevo osservato, distrattamente. Poi ero andato verso la scrivania a verificare se il berretto fosse lì. Non mi sarei mai accorto di nulla, se non fosse stato Guido stesso a insospettirmi con il suo atteggiamento.
“Cosa vuoi?” si era messo a urlare.
“Sono venuto a cercare il mio cappellino, non credevo di trovarti in camera.”
“Vai via, lasciami in pace.”
“Perché gridi così? Cosa c’è che non va?”
Ingenuo che sono. Mentre mi cacciava fuori, Guido stava cercando di allacciarsi i pantaloni che, adesso me ne rendevo conto, quando ero entrato teneva abbassati, con le mani infilate dentro.
Sì, l’avevo disturbato.
Oh, oh.
Come ci si comporta in una situazione simile fra gentiluomini?
“Scusa, hai ragione, potevo bussare… Non sapevo che dormivi.” L’eleganza dell’eufemismo.
“Non mi lasci mai da solo, tranquillo.” L’eleganza della risposta.
“Ho detto scusa, ora esco.”
“Dove vai?”
“Da basso, coi bambini.”
“Vengo anch’io.”
Guido tirò su la zip dei pantaloni, fece l’indifferente.
“Andiamo a giocare a pallone”, disse.
Ma io non potevo fingere altrettanta indifferenza ora che notavo le sue mani visibilmente umidicce.
“Lavati le mani, prima.” Il tono, mi ero sforzato, era di disinvolta noncuranza.
“Non sono sporche.”
Riconoscere le prove è ammettere la colpa.
“Sì che lo sono, dai vai in bagno.”
“Ho detto di no!” quasi gridò.
Ok, la questione andava affrontata subito. Mi pentivo amaramente di non aver mai chiesto consiglio alla sua terapeuta o a Marco su quale fosse la chiave giusta da adottare in termini di pippe. La circostanza però mi imponeva una risoluzione rapida.
“Senti, non c’è nessun problema. Se ogni tanto vuoi… stare per conto tuo,… come hai fatto adesso… be’, è normale. Anche a me… capita… Solo che dopo bisogna lavarsi.”
Cercavo di usare termini neutri, e di evitare qualsiasi accenno colpevolizzante. Era comunque la prima volta che parlavo di masturbazione con un ragazzino. Stavo improvvisando i toni, le parole, i gesti.
“Io non ho fatto niente!” ribadì lui e uscì dalla stanza.
Gli corsi dietro. “No, dai, aspetta.”
“Vuoi lasciarmi in pace? Eh?!”
Incrociai Martino in corridoio. Gli bastò uno sguardo: “Problemi?”
Guido sgusciò in ascensore. Le porte mi si chiusero in faccia.
“Perché scappa?”
Guardai Martino sconsolato. “Sono entrato in camera sua. Si stava sparando una sega. L’ho interrotto sul più bello, credo. Solo che non ha voluto lavarsi le mani.”
Martino, che stava sogghignando, cambiò subito espressione. “Eh, no. Questo no, cazzo. Almeno lavarsi!” Si diresse verso le scale. Gli andai dietro.
Cinque minuti dopo in Casa Obiettori si svolgeva una specie di riunione planetaria maschile. Gli educatori al completo impegnati nell’epica impresa di convincere Guido a entrare in bagno. Prima con le cameratesche pacche sulle spalle, i discorsi da amici, da adulti che capiscono e vogliono solo darti un consiglio. Poi con una discussione più animata, sui toni di altrimenti ci arrabbiamo. Infine (altrimenti) ci arrabbiammo. E Guido che, finalmente, si decide a infilare le mani sotto il lavandino.
Sorrisi di soddisfazione fra educatori, piccola lezione di igiene personale impartita, io che buttavo là dei commenti da amicone ritrovato “Sarai un testone, eh? Ci voleva così tanto per convincerti ad usare un po’ di sapone…” Ma intanto, dentro di me, speravo che non fosse più necessario riprenderlo su questa faccenda, che non mi capitasse mai più di interrompere i suoi svaghi solitari, e che almeno nella libertà di farsi le seghe, per l’amore di Dio, potesse essere un ragazzino come tutti gli altri.
Da parte mia, comunque, imparai a bussare.

[…]

In quel momento percepivo chiaramente come per quel bambino io fossi tutto: l’unica forza in grado di proteggerlo, salvarlo, riportarlo alla pace. Mi tornarono in mente le definizioni dei testi di psicologia, quando parlavano di “senso di onnipotenza” che i piccoli attribuiscono ai loro genitori. Renzino ora stava confidando nella mia misera onnipotenza e io provavo uno strano senso di responsabilità mista a gratitudine per la quale avrei affrontato anche un’intera nottata in quella scomoda posizione. Non riuscii più a vedere molto del circo, a quel punto. Ma chi se ne fregava. Avevo il mio numero speciale da ammirare: doppio salto mortale con pace ritrovata. E il respiro di Renzino che si addormentava era per me uno spettacolo molto più emozionante. Senza offesa, Moira, per te e i tuoi elefanti.

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