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Un giorno – David Nicholls

17 Lug
Ma semplicemente guardare qualcuno: sedersi e guardare e parlare e poi rendersi conto che è già l’alba? Ormai chi aveva più il tempo o la voglia o la forza per restare sveglio tutta la notte a parlare? E di cosa, poi? Dei mutui? Una volta non vedeva l’ora che il telefono squillasse a mezzanotte, oggi se squillava alle ore piccole era perché qualcuno aveva avuto un incidente. E avevano ancora bisogno di fotografie, quando conoscevano il viso dell’altro in ogni particolare? Quando ne avevano i cassetti pieni? Un archivio di quasi vent’anni! E ormai chi scriveva più lunghe lettere e cosa c’era più di tanto importante di cui scrivere?
Certe volte si domandava cosa avrebbe pensato la ventiduenne che era stata della Emma Mayhew di oggi. L’avrebbe bollata come egoista? Compromessa? Una patetica imborghesita, con la fregola di comprare casa e viaggiare all’estero, trovare vestiti a Parigi e andare da un parrucchiere costoso? L’avrebbe trovata ordinaria, con il nuovo cognome e la speranza di mettere su famiglia? Forse. Però allo stesso tempo non è che la Emma Morley ventiduenne fosse questa gran pietra di paragone: pretenziosa, petulante, abulica, logorroica, giudicante. Egoriferita, egocentrica, egoarca, tutti gli ego a parte l’ego di cui aveva bisogno, quello sicuro di sé.
No, lei sentiva che questa era la vita vera e, se non era curiosa e appassionata come era stata un tempo, questo era nell’ordine delle cose. Sarebbe stato inappropriato e poco dignitoso a trentotto anni portare avanti le amicizie o le storie d’amore con l’ardore e l’intensità di quando ne aveva ventidue. Innamorarsi a quel modo? Scrivere poesie, piangere per una canzoncina pop? Trascinare la gente dentro le cabine fotografiche, passare tutta una giornata a fare una compilation per qualcuno, chiedere alla gente se veniva a dormire da te giusto per tenersi compagnia? Se oggi citavi  a qualcuno Bob Dylan o T.S. Eliot o, Dio ci scampi, Bertolt Brecht quello avrebbe sorriso educatamente e preso le distanze. E come biasimarlo? Ridicolo, a trentotto anni, aspettarsi che una canzone o un libro o un film ti cambiassero la vita. No, tutto si era sistemato e pacificato e la vita scorreva su un generico rumore di fondo fatto di sicurezza, appagamento e familiarità. Basta con questi snervanti alti e bassi! Gli amici che avevano ora sarebbero stati gli amici che avrebbero avuto di lì a cinque, dieci, venti anni. Non si aspettavano né di diventare milionari né di perdere tutto e confidavano di restare ancora in forma per qualche tempo. Fermi nel mezzo: mezza borghesia e mezza età, felici perché non erano troppo felici.
Finalmente amava qualcuno e si sentiva abbastanza sicura di essere amata a sua volta. Se qualcuno chiedeva a Emma, come a volte capitava a una festa, come si erano conosciuti lei e suo marito, lei rispondeva: “Siamo cresciuti insieme”.
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Pubblicato da su 17 luglio 2012 in Amore, LibriStranieri, Ricordi, VitaVera

 

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