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Il mio inverno a Zerolandia – Paola Predicatori

02 Lug
Viro verso il nulla e attiro tutti gli sguardi su di me: sento metà della classe trattenere il respiro, pensando che ciò che vedono è solo frutto della loro immaginazione, mentre io mi muovo al rallentatore e percorro i pochi passi che mi rimangono fino alla zona rossa, e mi siedo lì, lasciando tutti a bocca aperta, Sonia per prima.
“Ciao, Gabriele” vorrei dirgli, e invece mi siedo e non dico proprio niente. “Ciao, Alessandra” potrebbe dirmi, e invece non dice niente, perché lui è Zero.
Gabriele Righi, alias Zero. Avevamo cominciato a chiamarlo così, me compresa, quella volta che durante la ricreazione aveva spaccato la serratura di uno dei cassetti della cattedra per recuperare il cellulare che la prof di matematica gli aveva sequestrato. Quando la prof era rientrata, un quarto d’ora dopo, gli aveva detto che lo avrebbe fatto sospendere, che lo avrebbe rimandato con zero. E lui, per fare l’idiota, aveva chiesto: con chi, prof? E lei, scema: zero, Righi, ti do il debito con zero, mi ha capito bene. Io questo zero non lo conosco, prof, aveva ribattuto lui senza espressione, e lei, sibilando, guardandolo negli occhi come per incenerirlo e piegando le labbra in una smorfia di disprezzo: tu, Righi, sei Zero. E noi tutti a sghignazzare, la mano davanti la bocca, come tante scimmiette su un albero, ben sapendo che la prof ci era andata giù  troppo pesante. Ma chi avrebbe mai preso le difese di uno così? E da quel giorno fu Zero per tutti, e nacque la leggenda.
 
[…]
 
Quando torna la felicità faccio finta di niente. Farò finta di non accorgermi, come uno che può fare senza, che ha imparato e si accontenta. Quando torna la felicità non le dico niente. Farò finta di non vederla e basta. Allo stesso modo di quando, mentre studiavo, ti sentivo muoverti nella tua stanza, sentivo la radio diffondere la sua musica piano, e non ci badavo perché credevo che fosse una cosa da niente. Era quella, la felicità, e io non lo sapevo.
A volte nel silenzio mi sembra di sentire qualcosa dall’altra parte del muro e mi metto ad ascoltare. Accosto l’orecchio alla parete e attendo. Solo il vuoto dalla mia parte, dalla tua l’assenza. E vincono sempre. Lascio che mi annientino con il potere delle cose invisibili.
Quando torna la felicità potrà anche mettersi a gridare, tanto adesso ho capito, non mi faccio ingannare.
 
La felicità non era un grido, ma appena un sussurro.
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1 Commento

Pubblicato da su 2 luglio 2012 in Adolescenza, Amore, Discrimini, LibriItaliani

 

Una risposta a “Il mio inverno a Zerolandia – Paola Predicatori

  1. Marco

    28 giugno 2014 at 00:57

    Un romanzo che tutto sommato si lascia leggere, senza lasciare il segno però!
    La tecnica narrativa non convince, sono state utilizzate tematiche ormai ampiamente abusate, che cercano di far breccia conquistando personalità “fragili” che tendono a rispecchiarsi in protagonisti che ormai stereotipi di una narrativa ridondante sono l’icona del vittimismo dei nostri giorni e che sebbene possano aver convinto negli ultimi anni, hanno indotto lo scrittore di romanzi per “lettori non esigenti” a percorrere una strada che difficilmente esita in clamorosi insuccessi ma che non prelude al romanzo “diverso”.
    Da Zero ai “numeri primi”: passo breve e facile da compiere per una agevole conquista narrativa…
    Deluse le aspettative create nei vari blog.

    Il venditore ambulante.

     

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