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Lettera a un adolescente – Vittorino Andreoli

26 Giu

 Carissimo,
 
è bene ti dica che sono vecchio, faccio parte non solo della categoria dei padri ma anche di quella dei nonni.
Un vecchio convinto che non sia accettabile il mutismo tra generazioni, che vuol dire tra padri e figli dentro la stessa casa, mentre ci si trova fianco a fianco. E’ meglio parlare che stare muti. Nel mutismo prendono il sopravvento rancori e odi, e allora bisogna non stancarsi di provarci e proprio per questo, per oppormi al dolore della non comunicazione, ho deciso di scriverti.
Ho molte cose da dirti, emozioni e sentimenti da trasmetterti. Mi rivolgo a te senza giovanilismi forzati, semplicemente da vecchio. Assumo nei tuoi  confronti l’atteggiamento di un padre e di un nonno. Incarnerò insomma il mio ruolo e lo farò fino in fondo.
 
[…]
 
Si tratta di un pregiudizio generale, perché tutti gli adolescenti, indistintamente, sono insoddisfatti del proprio corpo e si sentono brutti.
Pensa al dramma che vivi ogni volta che scopri un brufolo. E’ un puntino rosso su un frammento della cute, invisibile a tutti tranne  che a te, che lo vedi enorme, un vulcano che erutta pus e che fa uno schifo tale da doverlo nascondere, al punto che non esci dalla tua stanza pur di non portare a spasso quell’orrore che tutti vedranno non appena poggeranno lo sguardo su di te, venendo colti da vomito inarrestabile o, in alternativa, da pietà e misericordia. Se non ti dicono nulla è per pietà, e perché provano pena per la tua situazione.
In realtà quel puntino è ingrandito dalla tua fantasia, dal principio universale, e dunque a priori, per cui un adolescente per essere tale si deve sentire e vedere brutto, un anatroccolo deforme che soltanto madre e padre cercano svogliatamente di sostenere  con quell’atteggiamento da san Vincenzo che fa essere ottimisti anche uno che sta tirando le cuoia nello sterco e nell’abbandono.
C’è poi il seno troppo abbondante o troppo piccolo, e anche in questo caso le misure soggiacciono al principio generale per cui un adolescente riesce sempre a individuare i presupposti della propria deformità e quindi della propria paura.
Lasciamo stare la cellulite. E i capelli, che una ha ricci e tira per farli diventare dritti, un’altra ha a “retta sparata” e vorrebbe facessero almeno la curva.
E poi c’è il dramma del sedere. E’ stupefacente quanta attenzione gli si dedichi, quasi come a un secondo volto. E ovviamente anche questo è orrendo e allora non rimane che piangere la mancata fortuna e prendersela con la mamma, che forse è la causa principale del disastro, avendoti trasmesso geneticamente la bruttezza.
E guai se qualcuno tenta di consolarti: è la prova che davvero sei fuori misura e non ti resta che la fuga dal mondo.
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Pubblicato da su 26 giugno 2012 in Adolescenza, LibriItaliani, Ricordi, Sociale, VitaVera

 

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