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Fai bei sogni – Massimo Gramellini

12 Giu
 Per attutirmi l’impatto col mondo reale Belfagor aveva foderato di ovatta i miei sensi. Niente mi appassionava, neanche la trasgressione. Non mi ubriacavo, non mi drogavo e non fumavo spinelli, al massimo qualche sigaretta a stomaco vuoto. Non amavo gli sport estremi e gli orari sballati: ho visto più albe al risveglio che andando a dormire. Non ero né di destra né di sinistra, ma liberaldemocratico, che a diciotto anni è come preferire il chinotto al Cuba libre.
Le utopie politiche mi procuravano angoscia al pari delle emozioni, dei sogni, di tutto. Anche della mamma. L’adorazione svanì e sopraggiunse la noncuranza. La sua foto non venne più nascosta. Semplicemente dimenticata.
Il mio spirito fluttuava ai livelli più bassi. Non credevo in nulla, se non in qualche canzone. Lo studio dei filosofi materialisti e l’eccessiva esposizione ai preti avevano plasmato un ateo irridente. Dio era un’invenzione dell’uomo. La morte era la fine di tutto.
Risi in faccia al sacerdote che il primo mercoledì di Quaresima mi impose le ceneri sulla fronte. Sapevo fin troppo bene che sarei tornato a essere polvere e che nulla era restato di mia madre, se non la polvere.
 
[…]
 
Sapevo da sempre com’era morta, ma avevo deciso da subito di non volerlo sapere. 
Sarebbe stato troppo. E forse lo era anche adesso.
Nel corso degli anni il rifiuto della verità si era esteso a tutto il resto. Aveva aderito ai pensieri come una seconda pelle, diventando il mio modi di abitare la vita senza viverla.
Succede a noi che ospitiamo Belfagor nello stomaco. Pur di non fare i conti con la realtà preferiamo convivere con la finzione, spacciando per autentiche le ricostruzioni ritoccate o distorte su cui basiamo la nostra visione del mondo.
Molte frasi attribuite ai personaggi storici sono state inventate dai loro biografi. Eppure le citiamo con convinzione. Per rassicurarci nei nostri pregiudizi, leggiamo e ascoltiamo solo chi già la pensa come noi. E ci lasciamo cullare la mente da storie fasulle e versioni tranquillizzanti, interpretando la realtà in forma mitica e i miti in forma letterale.
L’intuizione ci rivela di continuo chi siamo. Ma restiamo insensibili alla voce degli dei, coprendola con il ticchettio dei pensieri e il frastuono delle emozioni. Preferiamo ignorarla, la verità. Per non soffrire. Per non guarire. Perché altrimenti diventeremmo quello che abbiamo paura di essere. Completamente vivi.
 
[…]
 
Mi aveva voluto bene. Più della mamma. Perché papà era rimasto. E c’è sempre più amore in chi rimane che in chi se ne va.
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Pubblicato da su 12 giugno 2012 in Amore, LibriItaliani, Ricordi, VitaVera

 

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