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Il giorno prima della felicità – Erri De Luca

28 Mar
E’ bella di notte la città. C’è pericolo ma pure libertà. Ci girano quelli senza sonno, gli artisti, gli assassini, i giocatori, stanno aperte le osterie, le friggitorie, i caffè. Ci si saluta, ci si conosce, tra quelli che campano di notte. Le persone si perdonano i vizi. La luce del giorno accusa, lo scuro della notte dà l’assoluzione. Escono i trasformati, uomini vestiti da donna, perché così gli dice la natura e nessuno li scoccia. Nessuno chiede conto di notte. Escono gli storpi di notte, i ciechi, gli zoppi, che di giorno vengono respinti. E’ una tasca rivoltata, la notte nella città. Escono pure i cani, quelli senza casa. Aspettano la notte per cercare gli avanzi, quanti cani riescono a campare senza nessuno. Di notte la città è un paese civile.
 
[…] 
 
Studiavo come al solito di notte. Mi divertiva il latino, lingua escogitata da qualche enigmista. Tradurlo era cercare la soluzione. Non mi piaceva il caso accusativo, aveva un brutto nome. Bello il dativo, teatrale il vocativo, essenziale l’ablativo. Era pigro l’italiano che rinunciava ai casi. In storia mi annoiavano le tre guerrette d’indipendenza, mi incuriosiva invece la resistenza del Sud, sistema col nome di brigantaggio. I vincitori hanno bisogno di denigrare i vinti. Il Sud era rimasto affezionato ai suoi sconfitti. Fu un’epopea militare molto più sanguinosa delle scaramucce del Risorgimento con la buffa doppia battaglia di Custoza, perduta due volte a distanza di anni. Covour mi era antipatico, Mazzini era il fondatore di una banda armata. Garibaldi era arrivato in un momento fortunato, Pisacane il quello sbagliato. La storia era una cucina di ingredienti, si cambiavano dosi e ne usciva tutt’un’altra pietanza.
Non potevo fare lo stesso gioco con la chimica e la fisica. Gli atomi si erano distribuiti il mondo in maniera pacifica, ma c’era stata un’epoca di guerra tra ossigeno e idrogeno prima di raggiungere la concordia attraverso la formula dell’acqua. La chimica era lo studio dell’equilibrio raggiunto dalla materia del mondo.
 
[…]
 
Conseguenza ridicola di avere un padre era essere figlio. Fino a ieri ero figlio di nessuno, un’espressione che mi piaceva molto dopo aver letto l’Odissea che Nessuno era il nome di Ulisse nella caverna di Polifemo. Figlio di un nome falso, di nessuno: mi piaceva. Escludeva tutti. Ecco che diventavo figlio di qualcuno, conosciuto da Don Gaetano, uno di città che al momento buono aveva avuto un figlio e chissà se l’aveva saputo. Qualcuno ora ingombrava il mio passato. Ero diventato figlio suo. Da un padre si poteva risalire a un nonno e anche più su. Il pensiero somigliava ai gradini saliti al buio a tentoni, dopo Anna.
I padri che vedevo erano terribili. I bambini prendevano da loro schiaffi e calci al volo. Dalle case uscivano strilli, colpi e singhiozzi. Niente di quello era capitato a me. Se mi veniva una malinconia di sera quando le madri chiamavano i figli in cortile a salire nelle case, mi ricordavo le botte che arrivavano fino allo stanzino, e me ne uscivo pari. Mi tappavo le orecchie, non bastava. Gli strilli di dolore dei bambini passano lo stesso, sono comunicanti da una pelle all’altra.
Di uno di loro non mi posso scordare. Era striminzito come me, anche se di due anni maggiore. Il padre non aveva vergogna di picchiarlo pure in cortile. Lui incassava i colpi senza uno strillo, senza piangere, però faceva una mossa, un fremito di no con la testa, uno scatto nervoso nella faccia che chiudeva gli occhi per resistere davanti a noi. Non me lo posso togliere davanti. Mi sta presente, santo di lividi e sangue dalla bocca. Non si difendeva e non piangeva. Tremava nel suo inutile eroismo. Morì sotto suo padre, che neanche andò in prigione. Aniello, diminutivo di Gastano, vita diminuita tra le tante che smettevano presto. Al funerale andai con don Gaetano, la madre lo piangeva senza lacrime. Aniello giocava portiere nella squadra opposta, eravamo i più lontani, ci scambiavamo occhiate. Le volte che il padre lo trovava in cortile a giocare, e non voleva, lo afferrava per i capelli e lo prendeva a calci. Una volta gli tirai contro una pietra. Nemmeno se ne accorse. Non valevamo niente. Se la tirava un altro con più mira e più forza, se tiravamo in molti, Aniello si poteva salvare. La sua faccia chiusa per non cedere a piangere sotto le mazzate facava venire lacrime a me, da togliere col dorso della mano per fare finta che era sudore. Il gioco senza Aniello riprendeva, muto per un poco.
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Pubblicato da su 28 marzo 2012 in Adolescenza, Amore, LibriItaliani

 

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