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La sfida – John Boyne

10 Mar
 Alle otto, la mamma non era ancora rientrata e il papà cominciò a preoccuparsi. Telefonò ad alcune sue amiche, ma loro gli dissero che non l’avevano sentita. Sapevo che il papà avrebbe voluto chiamare altre persone, ma era già successo una volta e non era finita bene. Era saltato fuori che la mamma aveva incontrato in biblioteca una vecchia conoscenza, e che era andata a bere qualcosa con lei e aveva finito per fare più tardi del previsto.
“Non posso avere una vita mai?” era sbottata quando aveva saputo delle telefonate che il papà aveva fatto. “Devo sempre sottoporti i miei programmi?”
“No” aveva detto il papà con un sorriso, in risposta alla prima domanda. “E si.”
Pensava di essere divertente, anche quella volta. Lei gli rivolse a malapena la parola per giorni, e a me e Pete toccò preparare la cena le sere seguenti, dato che il papà sosteneva che se avesse tentato anche solo di far bollire l’acqua, avrebbe bruciato persino quella.
“Meglio se te ne vai a letto” disse alle nove e mezza. La mamma non era ancora tornata.
“Ma sono in vacanza” brontolai. “Non devo andare a scuola domattina.”
“Hai comunque bisogno di dormire. Quindi, giovanotto, fa’ come ti dico. Su.”
Fosse stata una serata qualsiasi, avrei provato a insistere, ma mi rendevo conto che il papà era preoccupato. Allora cominciai a preoccuparmi anch’io e decisi che avrei fatto meglio a preoccuparmi da solo nella mia stanza che lì, insieme a lui.
Così andai in camera e misi su un CD. Pochi secondi dopo, però, spensi la musica perché non volevo rischiare di non sentire il rumore della chiave della porta, quando la mamma fosse rientrata.
Andai alla finestra e guardai fuori. La finestra della camera della signora Kennedy era di fronte alla mia e ogni tanto, quando tiravo le tende prima di andare a letto, mi capitava di vederla. Una volta l’avevo vista in reggiseno ed ero diventato rosso, anche se ero solo. Non si era accorta che la stavo guardando, ma quando avevo tirato le tende, mi era sembrato che si fosse voltata. Dopo quella volta non ero riuscito a guardarla in faccia per mesi.
Mi misi in pigiama e mi guardai i piedi. Provai a muovere un dito alla volta, tenendo fermi gli altri quattro, ma non ci riuscii. Giorni prima avevo cominciato David Copperfield, di Charles Dickens, ma quella sera non riuscivo a concentrarmi e continuavo a leggere e rileggere sempre la stessa frase.
E poi sentii il rumore di una macchina che entrava nel vialetto, ma non mi sembrò l’auto della mamma. La sua era una piccola utilitaria che lei chiamava Bertha, cosa che mi faceva sempre ridere. Una volta che ero un po’ di cattivo umore le avevo detto che mi sembrava stupido dare un nome a un’automobile; lei però mi aveva risposto che non dovevo prendere tutto così sul serio, che era solo per ridere. All’inizio pensai che la macchina stesse semplicemente passando davanti a casa nostra, ma poi sentii che si fermava, e il motore spegnersi, le portiere aprirsi e richiudersi.
Andai alla porta della mia stanza, la aprii e mi fermai in cima alle scale. Da lì potevo guardare giù, nel corridoio, senza farmi scoprire. Il campanello suonò e vidi il papà affrettarsi per andare ad aprire la porta. La mamma era lì, davanti a lui. Non lo guardava negli occhi ma non guardava neanche per terra. Era come se stesse fissando una macchia sulla parete alle spalle del papà, e non avesse intenzione di distogliere mai più lo sguardo da lì.
Accanto a lei c’erano due poliziotti. Uno dei due si tolse l’elmetto e quando i lunghi capelli biondi le ricaddero sulle spalle, mi accorsi che era una donna. Erano tutti molto seri.
Non bisognava essere dei geni per capire che era successo qualcosa di brutto.
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Pubblicato da su 10 marzo 2012 in Adolescenza, Infanzia, LibriItaliani, Sociale

 

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