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Cose che nessuno sa – Alessandro D’Avenia

23 Feb
 Il parco cambiava i suoi, di colori, seguendo la danza del sole. Il professore leggeva le parole di un padre separato a forza dalla figlia, con la quale dopo tanti anni si trova a parlare senza averla riconosciuta:
 
       Ricordami la tua storia; se ciò che hai patito si dimostrerà, alla considerazione, soltanto un millesimo di ciò che ho patito io, ebbene, tu sei un uomo migliore allora, e io ho sofferto come una fanciulla; eppure tu somigli alla Pazienza che contempla le tombe dei re e disarma la Sventura con sorriso. Chi erano i tuoi parenti? Il tuo nome, mia gentile ragazza? Racconta, te ne supplico. Vieni, siedi accanto a me.
 
Margherita si chiese se tutta la letteratura parlasse di lei. Il professore era diventato inconsapevolmente la porta attraverso cui entrano, da un mondo lontano e più vero del nostro, risposte a cose che nessuno vuole sapere. Nella vita di tutti i giorni nessuno ti chiede di raccontare la storia che ti morde il cuore e te lo mastica, e se qualcuno te la chiede, nella vita di tutti i giorni nessuno riesce a raccontare quella storia, perché non trovi mai le parole adatte, le sfumature giuste, il coraggio di essere nudo, fragile, autentico. Quella storia deve piombare da fuori, come quando accade che i libri ci scelgano a gli autori diventino amici a cui vorremmo telefonare alla fine della lettura per chiedere loro come fanno a conoscerci o dove hanno sentito la nostra storia. Quella storia è uno specchio che ti sorprende a esclamare: questa è la mia, questo sono io, ma non avevo le parole per dirlo. E forse scopri di non essere solo, definitivamente solo.
 
[…]
 
“Sai, mamma, oggi mi sono nascosto nel bagno.”
“Che gioco era? Nascondino?”
“No. Avevo la paura.”
“E di che cosa avevi paura?”
“Mi nascondo lì tutte le volte che ho la paura.”
“Ma di che cosa?”
“Tu ti nascondi quando hai la paura, mamma?”
“Andrea, non si dice LA paura, ma paura e basta.”
“No, io non ho paura e basta, io ho la paura.”
“Ma di che cosa?”
“Non lo so, io ho la paura.”
“E com’è?”
“Fa paurissima, la paura.”
“E come hai fatto a uscire dal bagno?”
“Ho pensato che tu mi venivi a prendere. Tu mi vieni a prendere sempre, vero mamma?”
“Sempre.”
Eleonora si fermò. Si chinò. Lo abbracciò.
Con quell’abbraccio  gli prometteva qualcosa che avrebbe voluto dargli per sempre. All’inizio della vita si concentra tutto quello di cui abbiamo bisogno, poi passiamo il tempo a cercare ciò che abbiamo già avuto. E se non l’abbiamo avuto o lo abbiamo perso, allora quella è LA paura.
 
[…]
 
“Qualunque sia la cosa che ti è cara, il tuo cuore prima o poi dovrà soffrire per quella cosa, magari anche spezzarsi. Vuoi startene al sicuro? Vuoi una vita tranquilla come tutti gli altri? Vuoi che il tuo cuore rimanga intatto? Non darlo a nessuno! Nemmeno a un cane, o a un gatto, o a un pesce rosso. Proteggilo, avvolgilo di passatempi e piccoli piaceri… Evita ogni tipo di coinvolgimento, chiudilo con mille lucchetti, riempilo di conservanti e mettilo nel freezer: stai sicuro che non si spazzerà… Diventerà infrangibile e impenetrabile. Sai come si chiama questo, Giulio?” chiese Filippo, che si era infervorato nel parlare. Gli era spuntata una vena nella fronte. 
Giulio scosse la testa. Voleva sentire il seguito.
“Inferno. Ed è già qui: un posto dove il cuore è totalmente ghiacciato. Sicuro, ma freddo. Là fuori è pieno di queste persone. Glielo leggi in faccia che hanno il cuore freddo: per paura, per mancanza di fame, per pigrizia. Tu non sei così Giulio. Questo ti salva, anche se fai delle gran cavolate… Perché c’è modo e modo di tirare i rigori!”
“Non c’è un modo meno incasinato di vivere?”
“Quando lo trovi mi telefoni?”
Giulio rise. Filippo si alzò e lo abbracciò. E Giulio non si sottrasse, anzi lo strinse più forte. E avrebbe voluto dirgli “grazie”, “ti voglio bene”, ma qualcosa glielo impediva: vergogna, paura, sospetto che non fosse vero…
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Pubblicato da su 23 febbraio 2012 in Adolescenza, Amore, LibriItaliani, VitaVera

 

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