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Io e te – Niccolò Ammaniti

13 Ago

Piano piano ho capito come comportarmi a scuola. Mi dovevo tenere in disparte, ma non troppo, sennò mi notavano.
Mi confondevo come una sardina in un banco di sardine. Mi mimetizzavo come un insetto stecco tra tra i rami secchi. E ho imparato a controllare la rabbia. Ho scoperto di avere un serbatoio nello stomaco, e quando si riempiva lo svuotavo attraverso i piedi e la rabbia finiva a terra e penetrava nelle viscere del mondo e si consumava nel fuoco eterno.
Ora nessuno mi rompeva più.
Alle medie sono stato mandato al St Joseph, una scuola inglese popolata da figli di diplomatici, di artisti stranieri innamorati dell’Italia, manager americani e italiani facoltosi che si potevano permettere la retta. Lì erano tutti fuori posto. Parlavano lingue diverse e sembravano in transito. Le femmine se ne stavano per conto loro e i maschi giocavano a calcio su un grande prato di fronte alla scuola. Mi sono trovato bene.
Ma i miei genitori non erano contenti. Dovevo avere degli amici.
Il calcio era un gioco cretino, tutti a rincorrere una palla, ma era quello che piaceva agli altri. Se imparavo quel gioco era fatta. Avrei avuto degli amici.
Ho preso coraggio e mi sono messo in porta, dove nessuno voleva mai stare e ho scoperto che non era poi così schifoso difenderla dagli attacchi nemici. C’era un certo Angelo Stangoni che quando prendeva palla nessuno riusciva più a togliergliela. Arrivava come un fulmine davanti alla porta e tirava botte fortissime. Un giorno lo buttano giù con un calcio. Rigore. Io mi metto al centro della porta. Lui prende la rincorsa.
Io non sono un uomo, mi dico, io sono uno Gnuzzo, un animale bruttissimo e agilissimo prodotto in un laboratorio umbro, che ha un unico compito nella vita e poi può morire tranquillo. Difendere la Terra da un meteorite mortale.
E così Stangoni ha calciato forte, dritto, alla mia destra e io ho volato come solo un Gnuzzo sa fare, e ho allungato le braccia e la palla era lì tra le mie mani e ho parato.
Mi ricordo che i miei compagni mi abbracciavano ed era bello perché credevano che ero uno di loro.
Mi hanno messo in squadra. Ora avevo dei compagni che mi chiamavano a casa. Rispondeva mia madre ed era felice di poter dire: “Lorenzo, è per te”.
Dicevo di andare dagli amici ma in realtà mi nascondevo da nonna Laura. Abitava in un attico vicino casa nostra con Pericle, un vecchio busset hound, e Olga, la badante russa. Passavamo i pomeriggi a giocare a canastra. Lei beveva Bloody Mary e io succo di pomodoro con il pepe e il sale. Avevamo fatto un patto: lei mi copriva sulla storia degli amici e io non dicevo niente dei Bloody Mary.
Ma le medie sono finite in fretta e mio padre mi ha chiamato nello studio, mi ha fatto sedere su una poltrona e mi ha detto: – Lorenzo, ho pensato che è ora che vai a un liceo pubblico. Basta con queste scuole private di figli di papà. Dimmi, ti piace più la matematica o la storia?
Ho dato un’occhiata a tutti i suoi libroni sugli antichi egizi, sui babilonesi, disposti in ordine nella libreria. – La storia.
Mi ha dato una pacca soddisfatto. – Ottimo, vecchio mio, abbiamo gli stessi gusti. Vedrai il liceo classico ti piacerà.
 
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Pubblicato da su 13 agosto 2011 in Adolescenza, LibriItaliani, Sociale, VitaVera

 

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